Da stamane carabinieri del Ris al lavoro nell’abitazione di Via Cittadella

 

Potrebbero essere ad una svolta decisiva le indagini dei carabinieri della Compagnia di Corigliano guidata dal capitano Cesare Calascibetta e coordinate dal sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro Alessandro Riello, sull’omicidio del 51enne boss di ‘ndrangheta coriglianese Pietro Longobucco il cui corpo crivellato da colpi di pistola era stato ripescato lo scorso 17 dicembre nelle acque antistanti una delle banchine del porto di Schiavonea.

Dalle 9,30 di stamane in città sono giunti i militari del Raggruppamento investigazioni scientifiche (Ris) di Messina, coadiuvati dai colleghi della Sezione investigazioni scientifiche (Sis) del Comando provinciale di Cosenza (foto in alto e qui in basso). Già, ma per fare cosa? È presto detto. Nel corso dei sopralluoghi cui era seguito il sequestro dell’abitazione del boss, in Via Cittadella nel centro storico coriglianese, erano state rinvenute e segnalate, proprio da parte dei militi della Sezione operativa radiomobile locale che conducono le indagini, numerose tracce di sangue e non solo. E l’ipotesi formulata da parte degl’investigatori è quella che Longobucco possa essere stato ammazzato proprio all’interno della propria abitazione ed il suo corpo poi trasportato col furgoncino Fiat Fiorino anch’esso riaffiorato dalle acque del porto di Schiavonea qualche giorno dopo il rinvenimento del cadavere galleggiante del boss.

 

 

Potrebbe essere stato tradito da qualcuno di cui si fidava Pietro Longobucco alias ‘U iancu i varrili. Vittima d’un trappolone senza via di scampo tesogli dai suoi ipotetici sequestratori e killer al contempo, e proprio nella sua stessa casa. Il killer o i killer potrebbe o potrebbero aver guadagnato - per forza di cose - la “fiducia” d’un uomo da tutti ritenuto malfidato e molto furbo, evidentemente non quanto necessario, forse addirittura da sicari travestiti con delle farlocche divise delle forze dell’ordine, per sottoporlo ad un processo sommario armi in pugno, senza difensori, col solo “pubblico ministero” dello stesso “ordine giudiziario” cui egli stesso apparteneva, la ‘ndrangheta, quella con un “codice penale” tutto suo e con un sistema “giuridico” che prevede solo un tipo di condanna, quella senz’appello: la morte. Un’esecuzione in piena regola di ‘ndrangheta, quindi. Un delitto eseguito da uno o più killer. Col dead man walking di turno fatto infine inginocchiare per terra: sparato al petto e poi alla nuca col classico colpo di grazia, col proiettile fuoriuscito dall’orbita oculare.

 

Il defunto boss Pietro Longobucco 

 

Forse è proprio questo il proscenio dell’ultimo delitto di ’ndrangheta registratosi nella Sibaritide - il primo nella nuova grande città di Corigliano Rossano - in modo silenzioso e senz’alcuna platealità a differenza di numerosi altri fatti di sangue. Ed è concentrato proprio nelle analisi irripetibili sulle tracce ematiche e sulle altre tracce rinvenute, nonché sulle dinamiche dell’omicidio, il lavoro di queste ore da parte dei detective scientifici dei carabinieri.

 

Com’è ormai noto, dagli stessi giorni dei primi dello scorso mese di dicembre dai quali era irreperibile il boss Longobucco il cui cadavere era stato poi ritrovato, è irreperibile il 31enne pregiudicato coriglianese Antonino Sanfilippo, legato agli ambienti criminali locali ed in particolare proprio al boss ammazzato. Il furgone Fiorino ripescato nelle acque del porto apparteneva infatti proprio a quest’ultimo, il quale il giorno prima di sparire nel nulla ne aveva denunciato il furto ai carabinieri. Che vi siano pure tracce di Sanfilippo in casa di Longobucco? I risultati delle analisi e delle comparazioni non tarderanno ad arrivare… 

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