Chi nottetempo per ben due volte in pochi giorni s’è introdotto furtivamente nelle strutture del Minerva Club Resort e del villaggio turistico Marlusa di Marina di Sibari appiccandovi fuoco e provocando danni per mezzo milione d’euro? Chi, sempre nottetempo, tra il primo e il secondo incendio ai due grandi alberghi, ha incendiato le due auto della famiglia d’un dipendente delle stesse due imprese turistiche nonché strettissimo collaboratore del titolare?

Sui due punti d’un unico interrogativo da settimane sono in corso le indagini dei carabinieri della Tenenza di Cassano Jonio coordinate dalla Procura di Castrovillari sui gravi fatti criminali di stampo mafioso ed intimidatorio registratisi tra il 29 dicembre ed il 10 gennaio scorsi ai danni del noto imprenditore del settore ricettivo turistico alberghiero Luigi Sauve e del proprio collaboratore Luca Iacobini. All’indomani dei drammatici accadimenti l’imprenditore Sauve era stato ricevuto dal procuratore capo di Castrovillari Eugenio Facciolla al quale aveva palesato una serie di sospetti circa la matrice dei tre grossi attentati intimidatori tutti collegati tra loro, compreso quello ai danni delle autovetture della famiglia Iacobini. L’ha confermato lo stesso imprenditore vittima durante la conferenza stampa di venerdì scorso finalizzata ad illustrare le ragioni della partecipatissima manifestazione antimafia dallo stesso organizzata e tenutasi nel pomeriggio di ieri nei locali del “Minerva”. L’inchiesta è ovviamente coperta da un impenetrabile riserbo da parte degl’inquirenti.

 

Limprenditore vittima degli attentati Luigi Sauve

 

Due sarebbero le piste seguite da parte dei carabinieri, forse tra esse convergenti. O forse no. La prima sarebbe riconducibile al recente acquisto da parte dell’imprenditore d’una nuova struttura turistico balneare da tempo “appetita” da parte della criminalità organizzata locale, tant’è che la stessa in un passato non remoto fu fatta più volte oggetto di gravi attentati incendiari proprio come quelli ai danni del “Minerva” e del “Marlusa”.

 

La seconda, invece, scaturirebbe da un singolare elemento investigativo proprio in merito ai due incendi del 29 dicembre e del 10 gennaio scorsi al “Minerva” ed al “Marlusa”, le cui ampie strutture sono entrambe dotate di numerosissime telecamere di sicurezza a circuito chiuso. Ebbene, durante le criminali fasi dei due attentati incendiari nessuna di quelle tante telecamere, tutte attive e perfettamente funzionanti, avrebbe registrato immagini degli esecutori materiali delle due azioni commissionate oppure magari soltanto “autorizzate” da parte del locale di ‘ndrangheta che presiede e governa tutte le attività criminali nel vastissimo comprensorio della Sibaritide esercitando col pugno di ferro quel necessario controllo del territorio finalizzato ad esorcizzare la presenza dello Stato attraverso le forze dell’ordine e ad evitare indebite intrusioni negli affari da parte d’eventuali concorrenti di stampo criminale organizzato o d’improbabili altri temerari delinquenti in qualità di “cani sciolti”.

 

E la mancata registrazione di qualsiasi movimento da parte di tali “fantasmi” incendiari farebbe supporre che quegli stessi “fantasmi” in carne ed ossa conoscessero già, e molto bene, gli ambienti del “Minerva” e del “Marlusa” tanto da muoversi con sicumera evitando di finire negli obiettivi delle tante telecamere di cui sono disseminate le due strutture. Con ogni probabilità, dunque, gli esecutori delle due azioni incendiarie, conoscevano con esattezza le posizioni dei tanti “occhi” del “grande fratello” attivo all’interno del “Minerva” e del “Marlusa”. E ciò potrebbe voler dire che ad agire possono essere stati soggetti che all’interno di quelle due strutture v’hanno lavorato, magari per anni, prima d’essere definitivamente licenziati, oppure più semplicemente stagionalmente non riassunti. Il “Minerva” ed il “Marlusa” nei mesi estivi arrivano infatti ad occupare circa 500 persone da tutta la Sibaritide ed addette alle più svariate mansioni. Tutta gente “pulita”? Nessun pregiudicato, nessuno “vicino” agli ambienti o alle note famiglie i cui nomi a queste latitudini suonano meglio se pronunciati con la maggiormente compresa parola ‘ndrangheta? Può darsi che gli elenchi degli ex dipendenti di Sauve siano già stati acquisiti da parte degl’investigatori dell’Arma di Cassano Jonio sotto l’egida della Procura guidata da Facciolla. 

 

Circa 800 le persone presenti alla manifestazione di ieri al “Minerva”

 

LA MANIFESTAZIONE DI IERI E IL PATTO DELLA LEGALITÀ. Frattanto, nel pomeriggio di ieri s’è tenuta la grande manifestazione antimafia organizzata da Luigi Sauve finalizzata alla stipula del nascente “Patto della legalità della Sibaritide” che ha visto la presenza delle massime autorità civili, religiose, politiche, giudiziarie e militari del territorio e non solo: dal prefetto di Cosenza Paola Galeone al commissario prefettizio del Comune di Cassano Jonio Rita Guida, dal vescovo della Diocesi di Cassano Jonio Francesco Savino al presidente della Commissione anti-’ndrangheta del Consiglio regionale della Calabria Arturo Bova, dal procuratore di Castrovillari Eugenio Facciolla al presidente della Commissione parlamentare Antimafia Nicola Morra, unitamente a diversi sindaci del comprensorio e ad importanti esponenti del mondo politico, sindacale ed associativo dello stesso.

 

Di rilievo l’intervento al vetriolo - forte, severissimo - da parte del vescovo cassanese monsignor Savino, e quello dal tono più pacato ma altrettanto severo ed efficace da parte del procuratore Facciolla.

 

«L’usura cresce a dismisura, vengono da me ogni settimana persone vittime d’usura che si rivolgono all’associazione della nostra Diocesi», ha detto monsignor Savino, e ancora: «Dobbiamo decidere: da che parte stiamo? Perché non possiamo stare da tutte le parti. Io sto dalla parte d’ogni vittima, d’ogni tipo di persona che subisce un sopruso o una violenza, e dico a chi si crede forte perché utilizza la prevaricazione come mezzo che c’è inconciliabilità tra Vangelo e criminalità organizzata. Perciò: se qualche criminale pensa di lavarsi la coscienza con altarini e voti, sappia che non può farlo. Io non sto da quella parte. La Diocesi di Cassano è contro ogni forma di corruzione e criminalità. Faccio quindi appello alla politica buona: concentriamoci sull’etica della responsabilità, attiviamo un processo di cambiamento culturale, dobbiamo cambiare la testa, la mentalità e la cultura. Non vorrei che la Calabria passasse alla storia antropologica come una regione che non muta».

 

L’intervento del vescovo Savino

 

Il procuratore Facciolla: «Da tempo dico che la parte sana di questo territorio c’è e vuole reagire. Lo Stato siamo noi, tutti noi come piccoli pezzi e ingranaggi: finora qui sono mancati gli uomini che dovevano vigilare e stimolare il progresso di questa terra, adesso noi dobbiamo organizzarci, tanto per cominciare, dobbiamo fare la differenza tra gl’imprenditori ed i “prenditori”, vale a dire coloro i quali utilizzano ingenti risorse europee o regionali per i loro personali tornaconti. Perciò, la Regione Calabria deve vigilare su come s’utilizzano quei fondi, e poi qui abbiamo bisogno di sindaci che facciano i sindaci, d’amministratori che non siano corrotti e che gestiscano la cosa pubblica nell’interesse dei cittadini amministrati e non per i loro personali affari o per gli affari della loro parte o dei loro amici. Non abbiamo bisogno d’eroi ma di persone che facciano quotidianamente ognuno il proprio dovere, per riappropriarci del territorio: lo dobbiamo a tutti coloro che denunciano, lo dobbiamo ai giovani, ai nostri figli, ai cittadini onesti di questa terra, guai a mollare».

L’intervento del procuratore Facciolla

 

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