È l’evento di domani, lodevolissimo e di notevole importanza, che mi ha spinto a buttar giù queste righe su due personaggi, padre e figlio, che definire illustri appare sminuente e assolutamente troppo poco. Per Corigliano, infatti, che li ebbe suoi cittadini, Ermanno e Mario Candido hanno costituito e, mi auguro, lo siano ancora, due autentici pilastri di storia, cultura e umanità. Sono conscio del fatto che non spetta a me tesserne le lodi né parlarne con enfasi e incensarne le figure: altri, più autorevoli e competenti, certamente, lo hanno fatto e lo faranno.

È solo l’input di testimoniare il valore dell’uomo che mi spinge a scrivere, cercando di stimolare il rispetto per un passato recente che, ci si augura, non sia dimenticato. In un’epoca come la nostra, avvinta da una globalizzazione e da un materialismo che, forse e senza forse, non ha conosciuto eguali; con una gioventù, alla quale ci si rivolge solo con slogan e con messaggi mediatici, stampati all’occorrenza, e che, quindi, non conosce la “storia”; in una società attratta più dalla tecnica e non dalla vera cultura, ecco che si ergono, grandi, quanti hanno costruito e dato al loro tempo e con la speranza che il patrimonio scoperto, tutelato, arricchito e conservato, venisse apprezzato, valorizzato e tramandato. Credo siano stati questi i cardini di vita dei due nostri: innamorati della bellezza del nostro territorio e di quanto da esso custodito, con amore si sono prodigati per far sì che nulla ne andasse perduto. Animati, sicuramente, da una grande e vera fede.

 

Questi furono coloro i quali oggi, per il tramite di familiari, collaboratori, amici, hanno reso possibile e realizzabile l’archivio digitale che porta il loro nome e raccoglie e contiene dati, strumenti, opere e libri che definire preziosi non è mai abbastanza. Ermanno, geometra veneto, giunge negli anni Trenta nelle nostre zone per lavorare con la Società anonima bonifiche del mezzogiorno. Bisognava bonificare l’area, altamente paludosa e lui, con tecnologie di avanguardia e un’ingegneristica che nulla ha da invidiare a quella moderna, riuscì, abilmente, a convogliare le acque in canali di raccolta e di scolo. C’era Umberto Zanotti Bianco, amante della cultura Magno-Greca e “fissato” sulla riscoperta del luogo ove fu l’antica Sibari, distrutta e rasa al suolo da Crotone nel 510 a. C. Ed è proprio disboscando il Parco del cavallo che Ermanno scoprì, con altri, il tanto ricercato sito la cui area fu oggetto di apprezzamento da parte di F. Lenormant tanto che ne “La Grande Grece” affermò che “…non credo che esista al mondo nulla di più bello della campagna ove fu Sibari, c’è tutto:…”. Per quanto fatto con passione, dedizione, amore disinteressato, Ermanno Candido fu definito “apostolo dell’archeologia”, appellativo che ne compendia le doti e la statura morale e professionale.

 

 

Ed è all’ombra di sì grande ceppo che il tenero virgulto, Mario (foto qui in alto) viene educato, cresciuto, istruito. Ereditata la passione paterna per l’Antico, latore di storia e di cultura, si laurea in Architettura e si dedica, costantemente, non solo alla professione, che svolge in maniera encomiabile e indefessa - è co-redattore, nel 1972, del Piano regolatore generale comunale  - ma, soprattutto, alla ricerca e allo studio della storia, della nostra storia, del nostro patrimonio architettonico e monumentale, alla salvaguardia e alla tutela dei “tesori” dall’ausonica comunità custoditi. Accreditato – ma, ancor più, stimato ed apprezzato per le sue alte competenze – alla Soprintendenza per i Beni culturali ed ambientali e presso il competente Ministero, fu tecnico, progettista, curatore e direttore dei corposi lavori di restauro che hanno interessato il Castello ducale. Ed è grazie alla sua opera e al finanziamento di 20 miliardi erogato grazie al ministro Riccardo Misasi e all’interessamento della Giunta di Franco Pistoia, che, uno dei fortilizi più importanti del meridione, nel 2002, dopo 14 anni, è ritornato agli antichi splendori. E se il Castello ducale fu il suo “cuore”, non di meno importante fu il “terreno” circostante. Consapevole che il maniero, da solo, non sarebbe bastato a dare di Corigliano un’immagine bella, mise a disposizione il suo ingegno e le sue capacità nei lavori di restauro, del quale fu direttore e curatore, delle chiese matrici di Corigliano, Santa Maria Maggiore e Santi Pietro e Paolo (1981-1995). E non solo! Fu anche direttore e curatore del progetto di consolidamento, restauro e ristrutturazione del convento dei Carmelitani e dell’annessa Chiesa del Carmine (1993), della Chiesa di S.Antonio (1998), del Convento di San Francesco di Paola, del Santuario e del Romitorio (2006).

 

Strenuo amante e difensore del centro storico, luogo ove, secondo lui, albergavano le nostre tradizioni, la nostra cultura e la nostra storia, non si limitò, soltanto, a restaurare ma a diffondere tutto il lavoro fatto, costato enormi e gravi sacrifici e, per come a me direttamente noto, mai giustamente ripagato e retribuito!!! E fu quella brevissima pausa che lo vide impegnato, quale esterno, nella cosa pubbica – fu chiamato dal sindaco Armando De Rosis a ricoprire l’Assessorato alla Cultura nel 2006 – rendendosi promotore di un’entusiastica e indimenticabile “Notte bianca coriglianese”, coniugando, però, i momenti di svago e di divertimento a quelli prettamente culturali, ripristinando un’iniziativa anni addietro intrapresa dal Club ’92 e dal Serratore, “Chiese aperte”. Il tutto perché il patrimonio coriglianese divenisse di dominio e conoscenza universale.

 

Si dicono tante cose sulle persone. Specialmente quando esse non sono più tra noi, vinti dalla emozione e indotti a tesserne gli elogi. Magari dimenticando che, quando erano vivi, noi stessi criticavamo e ne sparlavamo. Non ho mai condiviso tale “indirizzo” prescegliendo, invece, di esternare apprezzamento direttamente all’interessato. Cosa che feci con l’architetto Mario in vita, molte volte, sì da farlo arrossire e sentire in imbarazzo, e percependo che anche lui mi voleva bene. È degli ultimi tempi l’intitolazione del Piazzale delle Armi (11.10.2015) e la consegna della Pergamena di gratitudine e di riconoscenza per il suo attaccamento e la sua fede al Santo Patrono, al termine dei festeggiamenti per il VI Centenario (30.06.2017), tributategli, alla memoria, dall’amministrazione del sindaco Giuseppe Geraci. Ma, al di là di tutto, di quanto si è fatto e si farà in ricordo di Ermanno e di Mario Candido, credo con irrefutabile certezza che essi siano già stati resi immortali dalla storia: quella storia per la quale hanno speso la loro esistenza, per il bene e l’amore con i quali hanno profuso le loro energie a beneficio della comunità e del mondo intero, per la mitezza della loro vita e del loro cuore che li ha indotti a non chiedere nulla in cambio e a donare, incondizionatamente, anche dopo il transito a miglior vita, per il loro autentico essere persone perbene: due galantuomini.

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