L’analisi dell’avvocato ed ex assessore Nicola Candiano

 

«Egregio Direttore, ho letto con attenzione la lettera che, sotto anonimato, qualcuno ha inteso indirizzare ad un esponente della ‘ndrangheta, morto in maniera cruenta e per mano assassina. Poi ho seguito la polemica sulla sua scelta di pubblicarla. Ho apprezzato la sensibilità che Lei ha voluto manifestare nei confronti dei suoi lettori, premettendo al testo della lettera le ragioni della scelta. Scelta del tutto condivisibile dal punto di vista giornalistico: il dovere di dare una notizia di interesse, suscettibile di stimolare una riflessione nel lettore e, quindi, un dibattito. Cosa puntualmente avvenuta.

Quale notizia innanzi tutto? Quella di qualcuno che affida ad una lettera aperta un’imbarazzante esternazione apparentemente senza tornaconto o utilità di sorta, salvo che non ci si voglia rifugiare in dietrologie raffinate, possibili ma difficili da dimostrare. A parte qualche sbavatura, una lettera redatta in modo sostanzialmente corretto e chiaro, in scioltezza e semplicità. Immaginando chi possa averla scritta, si potrebbe essere portati a pensare all’insegnante dei propri figli, alla ragioniera che ci cura la  contabilità, all’estetista che durante il manicure si intrattiene disinvoltamente con le clienti su temi di cultura generale; o, ancora, a chi dalle circostanze della vita e dalle difficoltà proprie di questa terra, si è vista negare la possibilità di mettere a frutto il percorso scolastico portato a compimento con originaria voglia e determinazione ed oggi è perciò ostile verso  tutto quel che le appare come un insopportabile conformismo.

 

Questo possibile identikit dell’autrice della lettera mi pare esca confermato dai suoi contenuti, che pure meritano qualche riflessione. E’ vero che vi è a tratti l’abbandono ad un linguaggio forte (la vigliaccheria di chi sceglie l’agguato) e ad immagini truculente (la contrapposizione del leone solitario ai cani in branco), ma sostanzialmente la lettera si risolve nel tentativo, tutto sommato abbastanza ingenuo, di ridisegnare un’immagine diversa della persona che gli atti di investigazione prima e la cronaca nera poi  consegnano alla pubblica opinione come un pericoloso criminale, della cui esistenza - invero - chi scrive è venuto paradossalmente a conoscenza solo con la notizia della sua morte violenta. Il tentativo della redattrice si consuma nel riferire l’onestà della famiglia di origine del boss piuttosto che la considerazione che riceveva da donne e bambini; ma - mi pare - soprattutto raccontando di una significativa presunta deliberata volontà di non avere figli, per evitare di far pagare loro il prezzo delle sue scelte sbagliate: scelte che si adombrano addirittura forzate, spingendo l’ipotesi di trovarsi  davanti ad un criminale suo malgrado, ad una vittima di sè stesso prima ancora che dei suoi aguzzini. Uno, la cui fine era già segnata. Perciò anche il rispetto invocato per l’ucciso, non si risolve nel senso mafioso del termine, quanto piuttosto nel richiamo alla pietas cristiana che non si può negare a chi viene fatto oggetto di violenza fino alla privazione della vita, con accanimento sul corpo anche dopo che la vita lo ha abbandonato.

 

Insomma una lettera scritta da chi afferma di aver conosciuto bene un boss, ma che potrebbe abitare nella casa accanto alla nostra senza mai aver destato in noi alcuna diffidenza. Ed è questo il paradosso e nel contempo il pugno nello stomaco che riceviamo leggendola. Perché? E’ dunque la domanda che dobbiamo porci, invece di rifuggire la realtà. Arrivo a dire, a questo punto, che se anche tutto ciò per ipotesi non fosse vero, se ci trovassimo di fronte ad una mitomane, non potremmo in ogni caso non fare tesoro del valore provocatorio della vicenda, che ci ha indotto a discutere ed a scoprire come siano istintivamente (e forse apparentemente) divisivi certi temi, pur tra persone tutte per bene ed oneste, intellettualmente e nella sostanza. Perché una cosa mi sento di assumere come prima e non definitiva conclusione: non possono esserci dubbi da che parte stare rispetto alla ‘ndrangheta quale male assoluto da combattere e sul disvalore morale senza appello dei suoi protagonisti; ma il fenomeno con il suo terribile impatto sociale è cosa diversa dalle storie personali e intime di chi vi è immerso; storie in cui la sensibilità di ognuno deve essere libera di cogliere ogni possibile sfumatura, rifuggendo dalla tentazione di esprimere giudizi approssimativi: chi siamo noi per giudicare? La raccomandazione spesso ripetuta da Papa Francesco. Grazie per l’attenzione, Nicola Candiano»

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