È deceduto quasi un mese fa, precisamente lo scorso 31 ottobre, il 43enne collaboratore di giustizia ed ex ‘ndranghetista coriglianese Vincenzo Curato (foto), il quale si trovava in una località segreta dove lo stesso viveva sottoposto allo speciale programma di protezione riservato ai cosiddetti “pentiti” da parte del Ministero dell’Interno. La notizia nella redazione di AltrePagine era trapelata già da alcuni giorni, ma ha trovato conferma soltanto stamane

attraverso il legale del collaboratore di giustizia, l’avvocato Stefania Steri del foro di Roma, il quale non ha voluto precisare la causa del decesso. Curato era coriglianese d’adozione ma a Corigliano era noto come Vicienz ‘u cassanisi: per le sue origini che, appunto, affondavano proprio a Cassano Jonio dov’era nato. ‘U cassanisi aveva alle spalle un rosario di precedenti penali: droga in particolare. Ma quando nel 2007 aveva alzato il suo “tiro” criminale, attraverso una serie di rapine compiute in alcune banche del Nord Italia a capo della sua banda coriglianese, la giustizia l’aveva inchiodato. E il rischio di dover passare svariati anni al fresco della galera, che aveva già provato per alcuni brevi periodi di detenzione, l’aveva convinto a “saltare il fosso” che separa il bene dal male, la società civile dalla malavita organizzata, lo Stato dall’antistato. Vincenzo Curato s’era così dichiarato “pentito” del suo passato di delinquente e per questa ragione aveva deciso di “cantare” con l’attuale procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro Vincenzo Luberto. Da allora collaborava con la giustizia ed era sottoposto all’apposito programma di protezione del Ministero dell’Interno.

 

Vincenzo Curato s’era autoaccusato, tra l’altro, d’aver partecipato a due gravissimi fatti di sangue, due omicidi decisi dai vertici della ‘ndrangheta locale avallati dal crimine superiore di Cirò e compiuti a Corigliano tra maggio del 2001 e marzo del 2002. Si tratta delle “eliminazioni” di Giorgio Salvatore Cimino (padre dei collaboratori di giustizia Giovanni ed Antonio), vittima d’un agguato il 24 maggio del 2001 all’interno d’un bar dello Scalo, e del boss Giuseppe Vincenzo Fabbricatore nonché del suo fedele accompagnatore Vincenzo Campana detto Qua-Qua, trucidati il 25 marzo del 2002 in un plateale agguato lungo la Statale 106 a raffiche di kalashnikov. Per la buona “riuscita” d’entrambi gli omicidi, Curato aveva rivelato d’avere svolto l’importante ruolo di “palo” e non solo. Nelle centinaia di pagine di verbali trascritti con le dichiarazioni di Vincenzo Curato vengono descritti con dovizia di particolari moventi, fatti e circostanze dell’omicidio Cimino e del duplice omicidio Fabbricatore-Campana.

 

Al pubblico ministero Luberto ‘u cassanisi ha raccontato d’incontri e riunioni, tra ’ndranghetisti coriglianesi affiliati al locale cosiddetto degli zingari di Cassano Jonio, cui aveva dichiarato d’aver preso parte in prima persona. E aveva fatto nomi e cognomi dei sodali di malavita descrivendone ruoli e funzioni. Vincenzo Curato in quanto a nomi era stato un vero e proprio fiume in piena. E proprio dalle sue “cantate” sono scaturite alcune condanne all’ergastolo e numerosissime altre a svariati anni di carcere. Non solo. Già, perché anche dalle sue rivelazioni era maturato, a giugno del 2011, lo scioglimento degli organi elettivi dell’allora Comune di Corigliano Calabro da parte dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il quale firmò il decreto per le infiltrazioni della ‘ndrangheta nell’istituzione amministrativa locale retta dall’allora sindaca Pasqualina Straface, sorella degl’imprenditori Franco (deceduto prima del processo) e Mario Straface, entrambi arrestati nel luglio del 2010 nell’ambito della maxinchiesta anti-‘ndrangheta “Santa Tecla”, che portò poi alla condanna definitiva per associazione mafiosa del congiunto dell’ex prima cittadina ed al processo tuttora in corso per concorso esterno in associazione mafiosa nei confronti della stessa ex sindaca.

 

Collegato in videoconferenza, nell’ultimo decennio aveva testimoniato praticamente in tutti i maxiprocessi celebrati contro la ‘ndrangheta del comprensorio della Piana di Sibari. E non solo. Già, perché per via d’alcuni fatti, tra l’anno scorso e quest’anno, aveva pure testimoniato in alcuni processi contro la ‘ndrangheta di gran lunga più importante, quella della provincia di Reggio Calabria.