Può un paradiso naturale di vita tra i più belli al mondo diventare un girone infernale di morte? In Calabria sì: può. Fatalità, destino? Macché. Pur credendo, non crediamo affatto che Dio abbia mai potuto decidere e mettere in atto un’aberrazione simile. Allora, per un attimo, lasciamo da parte Dio e vediamocela tra noi uomini. E, in tal senso, il primo buon passo l’ha compiuto il procuratore di Castrovillari, Eugenio Facciolla. Il quale, per l’ecatombe nel torrente Raganello, a Civita, ha già aperto un fascicolo contro ignoti ipotizzando i reati d’omicidio colposo, lesioni colpose, inondazione e omissione d’atti d’ufficio.

Già, perché Facciolla è calabrese come noi e da calabrese come noi lo sa bene che in Calabria si campa d’aria, come cantava e continua a cantare Otello Profazio, e si può morire d’acqua. Così un post-ferragostano lunedì calabrese che alcuni gruppi di calabresi e non avevano voluto trascorrere tra l’ottima aria e l’ancor migliore acqua delle quali si può godere tra i monti della catena del Pollino attraverso quell’escursione tanto voluta quanto realizzata - nonostante lo stato d’allerta che prevedeva pioggia - in men che non si dica è diventata letteralmente travolgente. Coi trentasei escursionisti travolti dall’impeto dell’acqua che in certi luoghi e frangenti non scansa se vede un bambino, una donna, un uomo. Una decina di loro ha fatto una brutta fine. Travolti e trascinati dall’acqua violenta addirittura per alcuni chilometri tra le rocce e le strettoie naturali scavate per millenni dall’acqua stessa in quel paradiso-inferno che tutti chiamiamo “Gole del Raganello”. Inghiottiti da quelle gole, dalle cui fauci li hanno riportati cadaveri deponendoli all’interno dell’edificio scolastico di Civita, paesino-gioiello d’origine, lingua e tradizione arbëreshë.

Gli altri sono stati trovati vivi, magistralmente recuperati e messi in salvo dai soccorsi umani rivelatisi efficienti sin dai primi istanti in cui ieri era scattato l’allarme proprio per la presenza degli escursionisti nel tumultuoso torrente in piena. Con la piazza del paese diventata subito un ospedale da campo e con la solidarietà, quella concreta, quella operosa, da parte di tutti i numerosi titolari d’attività ricettive e di ristorazione locali e da parte della piccola ma generosa comunità. Atti che potevano essere evitati. Che dovevano essere evitati. Atti che avrebbero dovuto essere magari l’ultimo dei pensieri dell’ultimo essere umano rimasto a Civita durante un’avveniristica apocalisse.

Questo indebito tributo di sangue neppure il Pollino e la sua natura incontaminata l’avrebbero voluto. Sembra che il procuratore Facciolla ne sia convinto, così come ne siamo convinti noi sin da quando abbiamo appreso che v’era lo stato d’allerta meteorologico che aveva preannunciato l’abbondante pioggia abbattutasi sull’area e in modo particolarmente accanito sulle alture di San Lorenzo Bellizzi, paese più a monte di Civita.

Come il 10 settembre del 2000 - quasi diciott’anni fa - sulla costa di Soverato poteva essere evitata la strage dei tredici campeggiatori travolti dal torrente che si riappropriò del proprio alveo occupato in modo criminale da operatori del turismo, di quello mortale che il paradiso non te lo fa mica vedere tra la terra, il mare e i monti ove pure c’è, qui in Calabria, ma ti manda in quello vero e con largo anticipo.

Ma qui in Calabria si campa d’aria, ci s’ingegna e ci s’inventa. E si può morire d’acqua. Paradossalmente anche in un’estate che proprio d’acqua sta facendo registrare una forte penuria nelle case un po’ dappertutto in Calabria, dove i cittadini spesso sono costretti a denunciare di morire anche di sete...