di Fabio Buonofiglio

Le cosiddette “regole anti-Covid” delle zone colorate sono delle regole incostituzionali ed ingiustificatamente liberticide. Un concetto che abbiamo già avuto modo di scrivere, di sottolineare e di ribadire più volte in questi mesi. Tempi nei quali lo stato ed i suoi boia, centrali e locali, stanno uccidendo i lavoratori italiani.

 

Perciò, nei limiti che nostro malgrado ci vengono imposti dalla civile convivenza sociale insita alla convivenza forzata con queste regole del cazzo, nella nostra quotidianità stiamo cercando il più che ci è possibile di non rispettarle.

 

Confortati innanzitutto dal mancato rispetto delle stesse da parte d’autorevoli quanto noti dirigenti medico-sanitari locali, patetici quando posano nelle foto sui social network indossando quelle mascherine oggi tanto in voga che almeno di questi tempi nascondono le loro facce di cazzo. 

E tranquillizzati dalla gradita tolleranza che notiamo in giro, alle nostre latitudini, da parte del “braccio violento della legge”.

 

L’unico a continuare la sua recita stantìa è lo scemo del villaggio scopertosi capotribù, per il quale il permanere del Covid rappresenta la sua stessa sopravvivenza politica, altrimenti il numero dei calci in culo da parte degli altri scemi tribali oggi non si conterebbe più...

 

A noi fanno pena quei bicchierini di carta monouso in cui ci servono il caffè quando da uomini liberi siamo costretti ad entrare in un bar di soppiatto, come dei ladri evasi dagli arresti domiciliari, per andare poi a consumare i nostri cinque minuti di relax e la nostra bevanda preferita su un marciapiede, come delle puttane.

 

Perciò, siamo solidali con l’ottimo gelataio rossanese che fuori d’ogni ipocrisia ha consentito gli “assembramenti” dei propri avventori davanti al suo bancone fintantoché il “braccio violento della legge” è andato ad impedirglielo.

 

È curioso, però, che assieme ai gelati egli pretenda di rubare l’altrui “mestiere”, tentando d’“assembrare” le notizie come la nocciola col pistacchio.

Un bar gelateria frequentato da poliziotti che ad un tratto diventa l’“ufficio rettifiche della questura”, ci sembra, infatti, un bel po’ singolare. Suvvia!

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