Quando era assai più giovane era titolare d’una nota tavola calda, rosticceria, paninoteca e pizzeria al taglio ubicata nel cuore dello Scalo coriglianese. Poi aveva chiuso e dalla sua terra s’era trasferito per andare ad investire altrove, sempre nel campo della ristorazione. Ma ieri il suo ristorante e quello del figlio, entrambi a Gabicce Mare sulla costa adriatica nella provincia di Pesaro-Urbino al confine con la riviera romagnola, sono finiti entrambi nell’occhio d’un ciclone giudiziario che secondo la magistratura antimafia vede le mani della camorra ingerite negl’interessi economici della florida e ricca zona costiera del Nord Italia.

 

L’operazione “Darknet”, condotta dalla guardia di finanza di Rimini e coordinata dalla Procura distrettuale antimafia di Bologna ha infatti condotto gl’inquirenti al sequestro preventivo del “Ristorantino da Ciro”, che fa capo al 53enne coriglianese Ciro Rosolino, ed al ristorante “Tre Pini“ del figlio 26enne Michele Rosolino, in realtà già chiuso da circa un anno. L’inchiesta ha portato in carcere 5 persone, 3 agli arresti domiciliari, una con l’obbligo di dimora, mentre gl’indagati sono in tutto ben 55. Una presunta organizzazione criminale con al vertice esponenti dei clan camorristici della Campania, in particolare quelli di Sarno e dei Casalesi. Con 17 aziende sequestrate ed oltre 30 milioni d’euro di beni finiti “sotto chiave”. Le accuse? Riciclaggio, autoriciclaggio e reimpiego di denaro per oltre 71 milioni d’euro. Un presunto business illecito nel quale c’è un po’ di tutto: società per l’edilizia, per la manutenzione degli ascensori, pizzerie e ristoranti appunto.

 

 

Contestata pure la corruzione di funzionari pubblici per entrare nel mondo degli appalti. 80 sono state le perquisizioni compiute in tutta Italia dopo ben 412.026 conversazioni telefoniche intercettate relative a 31 utenze in 3 anni d’indagini, oltre alle intercettazioni di tipo ambientale, ed accertamenti patrimoniali su ben 210 conti correnti. Un fiume di denaro, milioni d’euro che però non figuravano in nessun bilancio e quindi mai denunciati al fisco. La presunta organizzazione criminale s’era estesa in Italia allungando i tentacoli in ben 15 province ed 8 regioni diverse. I reati contestati agl’indagati, a vario titolo, sono d’associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio, all’intestazione fittizia di beni, alla turbativa d’asta, alla corruzione, all’emissione ed all’utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti. Per alcuni degl’indagati l’aggravante d’aver commesso i reati per agevolare i rispettivi clan camorristici.

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