Gestione mafiosa delle case popolari: condannati Pagnotta, Sabino e Vitelli

 

 

Condanne pesanti ed esemplari sono state inflitte, questa sera, dai giudici del Tribunale di Castrovillari nei confronti dei “padroni del quartiere”. Il quartiere è il grande rione Madonna della Catena, detto anche “Gallo d’oro”, che insiste nella popolosa frazione dello Scalo coriglianese a Corigliano-Rossano. E i “padroni”, che tuttora ci vivono, agli arresti domiciliari, sono i coriglianesi Giacomo Pagnotta di 44 anni (foto a destra), Francesco Sabino di 29 (foto a sinistra), e Marco Giuseppe Vitelli di 25. Il terzetto era finito in manette ed in carcere meno d’un anno fa, la mattina del 18 marzo 2019, quando i carabinieri della Compagnia coriglianese guidata dal capitano Cesare Calascibetta si presentarono al loro cospetto con in mano una corposa ordinanza cautelare emessa nei loro confronti dal giudice per le indagini preliminari distrettuale di Catanzaro Paolo Mariotti su richiesta del sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia del capoluogo Alessandro Riello.

Le accuse? Estorsione aggravata dal metodo mafioso in concorso, danneggiamento ed occupazione abusiva di case popolari. Stasera sono dunque arrivate le condanne di primo grado: 8 anni e due mesi di reclusione per Pagnotta, 6 anni e dieci mesi ciascuno per Sabino e Vitelli. Le richieste di pena formulate dal pubblico ministero distrettuale Domenico Assumma al termine della sua lunga ed articolata requisitoria erano state più severe (11 anni per Pagnotta, 9 anni e sei mesi ciascuno per Sabino e Vitelli). Dopo l’intervento del rappresentante la pubblica accusa la parola era passata, per le loro arringhe, ai difensori dei tre imputati, gli avvocati Antonio Pucci e Francesco Paolo Oranges del foro di Castrovillari, ed i loro colleghi Vittoria Bossio e Francesco Calabrò del foro di Cosenza.

 

Pagnotta, Sabino e Vitelli, tutt’e tre volti molto noti negli ambienti investigativi locali e con diversi precedenti - Pagnotta, tra l’altro, è già condannato in via definitiva per associazione finalizzata al traffico di droga nel maxiprocesso “Santa Tecla”- sono stati riconosciuti colpevoli per avere messo in piedi, nel quartiere dove vivono da un paio d’anni, un sistema criminale d’accaparramento e gestione delle case popolari. Il terzetto avrebbe gestito gli alloggi popolari per assegnarli a soggetti contigui o vicini a loro, tra cui parenti d’esponenti della criminalità organizzata locale già condannati per associazione mafiosa.

 

Marco Giuseppe Vitelli

 

Secondo le risultanze del processo che stasera li ha visti condannati, sulla scorta delle puntuali indagini dei carabinieri della Sezione operativa radiomobile coriglianese, chi aveva realmente diritto a quegli alloggi veniva sbattuto fuori mediante atti d’intimidazione e minacce, continue vessazioni e gravi danneggiamenti, anche interni alle abitazioni stesse. L’obiettivo era infatti quello di “sfrattarli”, e i metodi del terzetto condannato stasera erano finalizzati a fargli terra bruciata attorno, togliendogli, per esempio, l’energia elettrica o l’acqua. In un caso accertato nel processo, gl’indagati avrebbero compiuto ripetute azioni, attuate con modalità mafiose, finalizzate a coartare i legittimi titolari ed a provocare in loro la rinuncia a un diritto patrimoniale, col conseguente danno materiale e morale. Un’azione che sarebbe stata finalizzata non solo a preservare l’impunità degl’indagati, ma anche e soprattutto a far conservare all’illegittimo possessore l’utilizzo dell’appartamento occupato attraverso l’intimidazione del legale titolare. Alla vittima, infatti, i tre avrebbero indicato la stretta parentela dell’illegittimo possessore dell’alloggio popolare da loro “sistemato” proprio con un soggetto del luogo già condannato per associazione mafiosa, ingenerando un inevitabile timore, cui s’erano aggiunte affermazioni minacciose e danneggiamenti compiuti per entrare negli alloggi o nelle loro pertinenze. 

Le motivazioni della sentenza, il cui verdetto è stato letto poco prima delle 21 dalla presidente del collegio giudicante Annamaria Grimaldi nell’aula del Tribunale castrovillarese dove s’è tenuto il processo, saranno depositate nei prossimi mesi, dopodiché i difensori dei tre imputati condannati potranno preparare i loro ricorsi in appello.

 

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