Pure la suprema Corte di Cassazione ha confermato il provvedimento di sequestro preventivo pari a 181 mila euro nei confronti della 47enne coriglianese Carmela Falsetta, eseguito lo scorso 8 aprile dalla guardia di finanza nell’ambito d’una inchiesta che fece clamore e che vede la donna tuttora indagata per il reato di truffa aggravata ai danni dello Stato. L’indagine era scattata giusto un anno fa, quando le fiamme gialle avevano individuato e denunciato alla Procura di Castrovillari la donna, la quale era stata giudicata dai medici dell’Azienda sanitaria provinciale invalida al 100% e, di conseguenza, era beneficiaria dell’indennità d’accompagnamento da parte dell’Istituto nazionale di previdenza sociale in quanto incapace di compiere gli atti quotidiani della vita.

Che invece, secondo le risultanze investigative, svolgeva eccome, in modo disinvolto e completamente autonomo. I finanzieri, infatti, avevano approfondito gli elementi acquisiti in prima analisi tramite numerosi e mirati servizi d’appostamento e pedinamento, documentando quanto osservato con riprese video e foto. E nel corso delle osservazioni avevano constatato, tra l’altro, che la presunta falsa invalida quotidianamente montava a guidare la propria auto priva di qualsiasi dispositivo d’assistenza, e con dimestichezza si recava da Corigliano-Rossano, dove risiede, a Cosenza ove è titolare di un’agenzia attiva nel settore dei finanziamenti e dei prestiti. Terminata l’attività lavorativa, faceva rientro a Corigliano-Rossano e si recava a fare la spesa ed altro. In pratica, a differenza di quanto era “emerso” dagli esami medici in possesso dell’Inps, la donna svolgeva le proprie ordinarie attività, anche quelle familiari di cura dei propri figli e in assoluta autonomia, senza manifestare alcuna difficoltà nel deambulare e nel guidare e senza avvalersi d’alcuno strumento d’aiuto. A seguito dell’informativa redatta dai finanzieri e trasmessa in Procura, il sostituto procuratore Angela Continisio aveva poi disposto ulteriori attività d’indagine.

 

Inchiesta condotta dalle fiamme gialle della Compagnia di Corigliano-Rossano 

 

Erano stati infatti sentiti i medici che avevano effettuato le visite di revisione nei suoi confronti nel corso del tempo, i quali, dopo avere visionato le riprese video e le foto scattate dalle fiamme gialle, avevano rilevato una condizione medica nettamente migliore rispetto a quella riscontrata nel corso delle visite periodiche. Erano stati infine analizzati i conti correnti della donna. E s’era accertato che oltre alle erogazioni da parte dell’Inps la 47enne percepiva persino lo stipendio per l’“attività” d’insegnante in una scuola di Canosa di Puglia, in provincia di Bari, impiego pubblico che di fatto, dal settembre del 2008 la stessa non aveva mai svolto e proprio grazie alle prescrizioni mediche ottenute tramite la presunta condotta fraudolenta. Perciò, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Castrovillari Luca Colitta, accogliendo la richiesta della Procura, aveva emesso il provvedimento di sequestro preventivo delle somme di denaro nella disponibilità dell’indagata, e in caso di incapienza, dei beni immobili della donna ritenuti il profitto della supposta truffa ai danni dell’Inps.

 

La sede della Corte di Cassazione in Piazza Cavour a Roma

 

Il provvedimento cautelare di sequestro era stato confermato lo scorso mese di maggio dai giudici del Tribunale del riesame di Cosenza ai quali aveva proposto ricorso il difensore di Carmela Falsetta, l’avvocato Francesco Sammarro. I giudici cosentini avevano accolto la richiesta di riesame limitatamente al conto corrente acceso presso Poste Italiane, e rigettato la medesima richiesta presentata avverso il provvedimento col quale il gip Colitta aveva disposto il sequestro preventivo dei saldi attivi, dei conti correnti e dei rapporti correnti, nonché delle somme che sarebbero state successivamente accreditate sugli stessi o, in caso di incapienza, degl’immobili, fino alla concorrenza di 181.110,32 euro. Contro la motivata ordinanza del Tribunale del riesame, il legale dell’indagata aveva poi proposto ricorso per Cassazione. Ricorso che i supremi giudici hanno però ritenuto inammissibile, condannando la stessa indagata al pagamento delle spese processuali e di un’ammenda di 2 mila euro.