Quattro omicidi in un anno, ma sarebbe meglio dire sei. Delitti concatenati tra loro. In una logica criminale, o più d’una, tesa a ridisegnare la geografia del potere ‘ndranghetista d’una delle aree più ricche della Calabria. Già, proprio quella compresa tra la Sibaritide e il Pollino. La neonata grande città di Corigliano-Rossano e le altre realtà urbane piccole e grandi, qui rappresentano fonti di guadagno per le ‘ndrine, uscite malridotte dalle sanguinose guerre del passato e dalle inchieste giudiziarie, e quindi bisognose di fare cassa con le estorsioni, la gestione dei subappalti, il traffico e lo spaccio di stupefacenti.

Corigliano-Rossano, Cassano Jonio e la sua Sibari, Villapiana, Castrovillari e una miriade d’altri Comuni rappresentano i centri di gravità permanenti del grande feudo criminale della Sibaritide-Pollino. Qui non c’è grammo di cocaina, d’eroina, di marijuana o “stecca” d’hashish che possano essere spacciati senza “dare conto”. Non c’è mattone o secchio di cemento che possano essere adoperati senza pagare dazio ai “signori” che comandano. Non c’è “tappeto” di bitume o pilastro se non ci si mette “a posto”. E non c’è impresa commerciale, edile, agricola,  che possa sentirsi al sicuro se non versa il contributo d’“assicurazione” ai padroni del vapore. E del territorio. I grossi investimenti dello Stato finalizzati ad ammodernare la Strada statale 106 jonica hanno imposto ai capi la necessità di maggiore ordine negli ambienti della ’ndrangheta, di dettarne i tempi, i passi, e soprattutto le “regole”. Il locale degli “zingari” di stanza a Lauropoli di Cassano Jonio assicura forza militare e compattezza per il numero di uomini su cui esso può contare e sui legami di sangue che ne caratterizza i rapporti. La ’ndrangheta autoctona e più “tradizionale” offre la propria “esperienza” e i legami coi “crimini” del resto della Calabria.

 

Francesco Romano e Pietro Greco

 

Ed è in questo mosaico che vanno a intassellarsi gli ultimi, plateali o silenziosi ma comunque efferati omicidi di ‘ndrangheta. Quattro più due. Delitti eseguiti ostentando potenza di fuoco e abilità nell’uso delle armi quand’era necessario, oppure abbandonando una scia di terrore silente attraverso il ricorso alla “lupara bianca”. Il 22 luglio scorso, in contrada Apollinara di Corigliano-Rossano, in un fondo agricolo al confine col Cassanese sono stati trucidati, insieme, a colpi di kalashnikov e d’una pistola calibro 9, Pietro Greco, 49 anni, presunto aspirante boss di Castrovillari, sua cittadina d’origine ma residente in contrada Lattughelle di Sibari, e Francesco Romano, 44 anni, imprenditore agricolo coriglianese “noto” negli ambienti investigativi per qualche piccolo precedente.


Solo 22 giorni prima era sparito dalla circolazione senza lasciare più alcuna traccia di se Cosimo Rosolino Sposato (foto in alto a destra)43 anni, incensurato, ma “noto” alle forze dell’ordine per la sua vicinanza a Damiano Pepe alias “Tripolino”, 57 anni, boss di Sibari residente a Lattughelle, recentemente uscito di prigione per poi farvi rientro in forza dell’ennesima condanna divenuta per lui definitiva. Sposato, visto per l’ultima volta il primo luglio nella frazione di Cantinella, ubicata praticamente nella stessa area e solo a qualche chilometro di distanza dal luogo in cui sono stati platealmente eliminati Greco e Romano, con ogni probabilità era stato invitato ad un incontro dal quale non è mai più tornato. Eliminato pure lui e sepolto chissà dove.

 

Pietro Longobucco

 

Nel dicembre precedente era toccato invece al boss del centro storico coriglianese Pietro Longobucco, 51 anni, pluripregiudicato e già sorvegliato speciale di pubblica sicurezza. Fatto sparire intorno al giorno dell’Immacolata, il suo cadavere crivellato di colpi di pistola era stato rinvenuto una decina di giorni dopo nelle gelide acque sottostanti una delle banchine del porto di Corigliano-Rossano. Il suo “ragazzo di fiducia” Antonino Sanfilippo (foto in alto a sinistra), 31 anni, con ogni probabilità usato dai sicari come esca proprio per compiere il delitto, da allora è svanito nel nulla. Esattamente come Sposato.

 

Leonardo Portoraro

 

Il 6 giugno dello scorso anno, infine, era stato rumorosamente rispedito al Creatore Leonardo Portoraro, 63 anni, boss cassanese, capo storico di Francavilla Marittima e con interessi a Villapiana e a Sibari. Trucidato da un commando di killer giunto davanti al “Tentazioni” di Villapiana, il bar-ristorante di proprietà proprio della famiglia di “Narduzzu” il quale era seduto a uno dei tavolini all’aperto. Proprio da lì è cominciata questa nuova guerra di ‘ndrangheta sul cui fronte e sulle cui trame oscure si stanno scervellando e lavorano da mesi gl’investigatori della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro diretta da Nicola Gratteri. Purtuttavia è difficilissimo, come d’altronde qui è sempre stato, fare piena luce su mandanti ed esecutori materiali di tali omicidi e sparizioni senza che vi sia l’“aiuto” di chi è stato all’interno proprio di quelle dinamiche criminali, prima della decisione di “saltare il fosso”. Già, perché qui i nomi, i cognomi, i soprannomi, i perché, i per come ed i per quando esatti sono saltati fuori solo quando qualche “pentito” ha cominciato a “cantare”…