S’è concluso nella serata di ieri in Cassazione - ma non per tutti gl’imputati alla sbarra - il maxiprocesso per associazione a delinquere dedita al traffico intercontinentale di droga denominato “Gentleman” nei confronti d’un nutrito gruppo d’appartenenti al locale di ‘ndrangheta con basi operative Cassano Jonio e Corigliano, la popolosa zona nord dell’attuale città unica di Corigliano-Rossano. Il processo è il risultato della retata ordinata il 16 febbraio del 2015 dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e condotta dai reparti più specializzati della Guardia di finanza: il Gruppo d’investigazione sulla criminalità organizzata (Gico) di Catanzaro ed il suo Servizio centrale (Scico) di Roma che avevano condotto le indagini avvalendosi d’intercettazioni telefoniche, ambientali, e d’altro tipo di tecnologicamente sofisticate investigazioni. Confermato l’impianto accusatorio che aveva “consigliato” a molti degl’imputati la scelta del rito abbreviato finalizzato ad ottenere lo sconto d’un terzo della pena previsto, impianto che aveva sostanzialmente retto pure nel processo d’appello.

Annullata la condanna a 8 anni di reclusione nei confronti di Antonio Abbruzzese detto “Banana” limitatamente all’accusa d’associazione dedita al narcotraffico: la Cassazione ha disposto il rinvio in appello per un nuovo processo. Per Luigi Abbruzzese gli “ermellini” hanno confermato tanto l’associazione quanto i restanti capi d’imputazione per narcotraffico, annullando con rinvio in appello la sentenza per il ricalcolo della pena che era di 20 anni di reclusione. 

Nei confronti di Antonio Pavone, Vincenzo Fuscaldo, Gerardo Schettino e dell’albanese Fisnik Smajlaj i supremi giudici hanno confermato le condanne sia per l’associazione che per il narcotraffico, annullando le sentenze con rinvio in appello per le rideterminazioni delle pene inflitte che erano rispettivamente di 11 anni e quattro mesi, 6 anni, 10 anni, 15 anni e quattro mesi.   

 

L’unico imputato nei cui confronti l’annullamento della sentenza d’appello è stata totale, Salvatore Nino Ginese (a destra nella foto in alto) già condannato a 9 anni e quattro mesi: e solo per lui - difeso dall’avvocato Pasquale Di Iacovo - il processo dovrà quindi ricelebrarsi tutto daccapo.

 

L’avvocato Pasquale Di Iacovo

 

Nei confronti di tutti gli altri imputati i giudici della Cassazione hanno rigettato i ricorsi, confermandone dunque - e in modo definitivo - le condanne. Si tratta di Angelo Salvatore Andracchi, 7 anni e otto mesi; Marino Belfiore, 3 anni e quattro mesi; Alfonso Brandimarte 10 anni e otto mesi; Danilo Ferraro, 5 anni e quattro mesi; Antonio Giorgio Floro, 4 anni; Dilaver Hajdini, 16 anni e otto mesi; Antonio Malagrinò, 4 anni;  Sabino Pedone, 1 anno; Domenico Pellegrini, 1 anno; Pedro Juan Petrusic, 4 anni e cinque mesi; Francesco Policastri, 8 anni e otto mesi; Leonardo Policastri, 4 anni; Giambattista Serio, 2 anni e quattro mesi; Filippo Solimando, 20 anni (a sinistra nella foto in alto); Giacomo Solimando, 11 anni; Massimiliano Valente, 6 anni.

 

La sede della suprema Corte di Cassazione a Roma

 

L’inchiesta “Gentleman” ha stroncato un colossale traffico di droga su scala intercontinentale, con importazioni nella Sibaritide d’ingentissime partite di cocaina importate dall’Argentina e dal Paraguay, nel continente Sudamericano, dall’Europa, in particolare dall’Olanda e dalla Germania, e d’hascish dall’Est Europa, in particolare dall’Albania. Al centro dell’inchiesta il locale di ‘ndrangheta cosiddetto degli “zingari” di Cassano Jonio e Corigliano. Tra gl’imputati i nomi che spiccano per l’estrema gravità dei reati contestati sono quelli del 50enne coriglianese Filippo Solimando, ritenuto capo ‘ndrangheta e “mente” dell’organizzazione dedita al narcotraffico planetario, del 29enne Luigi Abbruzzese di Cassano Jonio, e del 47enne coriglianese Salvatore Nino Ginese. Dopo gli arresti, infatti, nei confronti di Solimando e Ginese l’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, su richiesta dei magistrati della Dda catanzarese, aveva applicato il regime carcerario “duro” del 41-bis. Degl’imputati soltanto Ginese attualmente è in stato di libertà ed ha ottenuto pure la restituzione di tutti i beni che gli erano stati sequestrati nella fase cautelare delle indagini. Ginese, infatti, fu l’unico ad essere assolto in primo grado dall’accusa d’aver assunto il ruolo di dirigente dell’associazione mafiosa finalizzata al narcotraffico. Gl’imputati sono stati difesi da un nutrito collegio d’avvocati composto, tra gli altri, da Nicola Rendace, Rosetta Rago, Pasquale Di Iacovo, Enzo Belvedere, Cesare Badolato, Antonio Sanvito, Giorgia Greco, Francesca Gallucci, Rossana Cribari, Cristian Cristiano, Roberta Provenzano, Gianfranco Giunta, Livia Laudia e Maria Delfino.