Parla l’avvocato Giacinto D’Urso, decano dei difensori dei cinque finiti in carcere a Ferragosto e liberati diciassette giorni dopo

 

Una presunta vittima. D’un presunto reato gravissimo: violenza sessuale di gruppo continuata, per dieci lunghi anni. E d’un presunto reato collegato alla stessa presunta vicenda: estorsione di denaro anch’essa continuata, e finalizzata alla non divulgazione di materiale audiovisivo connesso alla presunta, drammatica, terribile vicenda. Che vede una giovane donna e madre al centro della fine del proprio supposto incubo. Dai particolari aberranti, inenarrabili, a scorrere le pagine della circostanziata denuncia resa dalla stessa presunta vittima. Col presunto branco che finisce in carcere. Accade a Corigliano Rossano, la mattina dello scorso 14 agosto.

E una storia simile, per come presentata dagl’investigatori della Polizia di Stato, non può non catturare immediatamente un’enorme attenzione mediatica nazionale. Coi “mostri” fatti sfilare nelle auto dai poliziotti in lungo e in largo per la terza città della Calabria, e poi fatti risfilare all’uscita del Commissariato per essere ben ripresi con le manette ai polsi dalle telecamere chiamate ed immediatamente accorse. Poi, 17 giorni dopo, la storia prende una piega assai diversa. Già, perché in esito all’udienza tenutasi il 28 agosto dinanzi ai giudici del Tribunale del Riesame di Catanzaro (presidente Michele Cappai, a latere Gaia Sorrentino ed Alfredo Ferraro), il 30 tutti gli arrestati vengono scarcerati. E tornano così in libertà Pierluigi Gallo, 43 anni, Sergio Gallo, 45, Gianni Montalto, 38, William Oranges, 42, e Salvatore Bruno, 37. Grazie ai loro difensori - gli avvocati Giacinto D’Urso, Vincenzo Reda, Francesco Cornicello, Giovanni Scatozza, Pasquale Madeo, Ettore Zagarese e Isidoro Orabona - rivelatisi professionalmente attenti e scrupolosi nel demolire, in fatto e in diritto, il castello accusatorio descritto nell’ordinanza applicativa della custodia cautelare in carcere emessa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Castrovillari Luca Colitta su richiesta del sostituto procuratore Mauron Gallone.

 

Gli accusati mentre escono dalla Casa circondariale di Castrovillari 

 

Ne parliamo con uno dei protagonisti, per età ed esperienza il decano dei difensori dei cinque indagati, l’avvocato Giacinto D’Urso (nella foto in apertura), noto professionista del luogo ma assolutamente non incline ai riflettori mediatici benché negli anni sia stato impegnato praticamente in tutti i processi che a queste latitudini di rilievo mediatico ne hanno avuto eccome (“Corinan”, “Flesh Market”, “Medical Market”, “Scatole vuote”, “Senza frontiere”, “Santa Tecla 2”, per citarne solo alcuni)

 

«Ho sempre ritenuto e continuo a ritenere che i processi debbano celebrarsi nelle aule di giustizia, compresi quelli che portano alla luce reati gravissimi, odiosi, verso i quali e verso le vittime dei quali la società civile, cui noi tutti apparteniamo, non resta e non può restare indifferente invocandone giustizia. Le vittime di reati come la violenza sessuale, singola o peggio di gruppo, devono ottenere giustizia e devono essere tutelate dallo Stato e dalla nostra società civile. Questo caso però, allo stato, è solo indicativo d’una giustizia approssimativa e sommaria per com’è maturata l’ordinanza che ha portato in carcere cinque presunti innocenti, che il “tribunale del popolo” in fretta e furia e senz’appello ha trasformato in cinque presunti colpevoli o peggio in cinque colpevoli».

 

“Allo stato”, dice. Perchè? Lei chi assiste?

«Io difendo Pierluigi Gallo. Il Tribunale della libertà di Catanzaro, cui ho fatto ricorso unitamente agli altri ottimi colleghi che difendono gli altri quattro indagati, nei giorni scorsi ha integralmente annullato l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Castrovillari: attendiamo di poter leggere le motivazioni del provvedimento, ma mi pare evidente che i giudici catanzaresi hanno demolito in fatto e in diritto il castello accusatorio che ha visto in carcere per 17 lunghi giorni gl’indagati».

 

Le accuse nei loro confronti però sono gravissime, terribili. Ci faccia capire.  

«L’intera presunta vicenda matura in un contesto che avrebbe dovuto obbligare gli organi di polizia ed inquirenti ad una puntuale ricerca di riscontri precisi al narrato della presunta vittima, ma così non è stato affatto. Le indagini sono scattate nel pomeriggio dello scorso 5 agosto, a seguito del deposito presso la Sezione di polizia giudiziaria della Procura di Castrovillari della denuncia della vittima, avvenuta proprio quella mattina ma scritta qualche giorno prima (reca la data del 2 agosto) da parte del suo legale di fiducia. E proprio da ciò deriverebbe il quadro indiziario, unitamente alle sommarie informazioni testimoniali rese dal marito della stessa presunta vittima, che, a suo dire, aveva raccolto le inenarrabili confidenze della propria consorte sui loro anni di vita coniugale, anni nei quali la coppia ha pure avuto il suo secondo figlio senza che i ginecologi abbiano mai rilevato alcunchè di riconducibile alle presunte violenze. Perché la Procura non ha disposto un’accurata perizia medico-ginecologica sulla donna? Lo dico a tutela della stessa presunta vittima e dei suoi figli, prim’ancora che delle persone che ella accusa. Insomma: davvero troppo poco, per non dire nulla, per supportare la richiesta di misure cautelari in carcere firmata dal sostituto procuratore Gallone il giorno seguente la denuncia con la contestuale trasmissione del fascicolo d’indagine al giudice per le indagini preliminari Colitta. Il gip, poi, giorno 12 agosto firma l’ordinanza carceraria, e così la polizia s’organizza per condurre la spettacolare operazione ferragostana del 14 mattina».

 

A che contesto appartiene l’accusatrice dei cinque?

«È una giovane donna, è di nazionalità albanese ed è nota negli ambienti investigativi locali. È pregiudicata: nel 2008 in quel di Cassano Jonio tentò di sventare l’arresto suo e d’altre due persone nel corso d’un blitz antidroga effettuato dai carabinieri. Il marito è un italiano del luogo ed è ancor più noto di lei negli ambienti investigativi, per spaccio di sostanze stupefacenti. Anche questo avrebbe dovuto consigliare più approfondite indagini sulla presunta vicenda, tutta da dimostrare, delle violenze sessuali di gruppo e delle estorsioni subite, in un quadro complessivo che appare del tutto inverosimile ove si pensa che vengono denunciate violenze di gruppo consumate finanche da 25 uomini per volta e che in siffatto contesto vengono chiamati in causa, come “clienti” d’una attività di sfruttamento della prostituzione, reato però non contestato ai cinque accusati, altre persone del luogo alcune delle quali m’hanno già dato mandato per procedere a querelare per calunnia chi li ha indebitamente citati per cose inesistenti».

 

Da quanto emerso finora, che rapporti legano gli accusati tra loro e gli accusati all’accusatrice?

«Pierluigi Gallo era amico del marito della presunta vittima e tra lui e la coppia v’erano scambi di visite in occasioni conviviali: l’ha dichiarato il mio stesso assistito senz’alcuna remora nel corso dell’interrogatorio di garanzia condotto dal gip. Così come ha dichiarato di non intrattenere rapporti con gli altri accusati, anche col suo cugino Sergio Gallo, col quale ha precisato d’avere avuto dei dissidi nel 2013 e di non avervi alcun rapporto, neppure telefonico, da allora. Nel corso degli altri interrogatori di garanzia è poi emerso che tra un altro degli accusati ed il marito della presunta vittima v’è stato, di recente, un rapporto societario riferito ad un’attività commerciale, rapporto finito male e con una causa civile pendente presso il Tribunale di Castrovillari, fatto documentato»

 

L’indagine frattanto continua: stamane la Procura ha affidato l’incarico ad un consulente tecnico d’ufficio che dovrà effettuare alcune analisi scientifiche sugli smartphone sequestrati ad alcuni degl’indagati.

 

Pierluigi Gallo nelle riprese del Tg2 effettuate la mattina degli arresti