Le indagini sul duplice omicidio a colpi di kalashnikov sono state già avocate dalla Procura distrettuale antimafia di Catanzaro

 

Dead man walking, ovverosia uomo morto che cammina. L’uomo nei cui confronti la ‘ndrangheta aveva emesso la sua inappellabile sentenza di condanna, a morte appunto, era Pietro Greco, 49 anni, originario di Castrovillari ma oramai stanziale a Sibari, la cui aspirazione da “boss” è stata fatta saltare per bocca del fuoco e del piombo con cui hanno parlato i boss della Sibaritide e del Pollino, quelli veri, quelli intoccabili, quelli che comandano i ricchissimi affari illeciti di questo grande ed opulento comprensorio decidendo finanche chi deve vivere e chi deve morire. Pietro Greco doveva morire. E così è stato. Doveva pagare lo sgarro dell’essere da qualche tempo recalcitrante nel proprio “dovere” di versare i profitti realizzati con le proprie attività di traffico di droga e di gestione d’un supposto vorticoso giro d’usura alla “bacinella” comune del locale di ‘ndrangheta, che secondo i dettami dei capi è uno e indivisibile.

Assieme a lui, inevitabilmente in questi casi proprio com’è successo altre volte a queste stesse latitudini, la già decisa cattiva sorte è toccata pure al 44enne Francesco Romano, imprenditore agricolo di Corigliano Rossano con frequentazioni ritenute dagl’inquirenti “pericolose” - e a ben vedere - il quale lunedì pomeriggio s’era offerto d’accompagnare Greco alla guida della propria vecchia Fiat Punto grigia che utilizzava per andare in campagna, all’appuntamento-trappola lungo quella stradina interpoderale di terra battuta in mezzo agli uliveti ed agli agrumeti della periferica contrada Apollinara di Corigliano Rossano. Romano non poteva certo restare testimone vivo d’un omicidio di ‘ndrangheta, anche perché con ogni probabilità sapeva chi aveva dato appuntamento a Greco. O forse l’appuntamento era stato dato proprio a lui, essendo i nemici già a conoscenza che lo stesso era proprio in compagnia di Greco che stava scarrozzando, chissà. Il quadro investigativo oscilla proprio tra queste ipotesi, che cambiando l’ordine dei fattori non restituisce certo un risultato diverso da quello di due nuovi morti ammazzati di ‘ndrangheta.

 

 

L’inchiesta sul duplice omicidio compiuto a raffiche di kalashnikov e a colpi di pistola è stata avocata dalla Procura distrettuale antimafia di Catanzaro diretta da Nicola Gratteri, che ha richiesto il fascicolo alla Procura ordinaria di Castrovillari guidata da Eugenio Facciolla. Da ora in poi i carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Cosenza diretti dal capitano Michele Borrelli, si relazioneranno con l’Antimafia catanzarese per venire a capo anche dell’ultimo fatto di sangue che porta inequivocabilmente la firma dei locali boss di ‘ndrangheta. Partendo dalle «idee precise e buone strade da percorrere» di cui aveva parlato proprio il procuratore Facciolla l’altro ieri, limitandosi ovviamente a questa unica battuta coi cronisti. Ieri nell’obitorio del cimitero di Cassano Jonio il professor Aldo Barbaro, perito incaricato dalla Procura di Castrovillari, ha effettuato l’autopsia sui cadaveri dei due uomini crivellati dal mitra e dalla pistola impugnati dai due sicari del commando d’azionisti incaricato di “farli”. Con la maggior parte dei colpi esplosi con estrema ferocia chiaramente all’indirizzo di Greco, la vittima designata in via principale dell’azione criminale dei killer seduto di fianco a Romano che era al posto di guida ed il cui corpo è stato ritrovato con la cintura di sicurezza allacciata. Oggi pomeriggio le esequie funebri d’entrambi. Quelle di Greco nella chiesa di San Francesco a Castrovillari, quelle di Romano nel Santuario dedicato a Santa Maria ad Nives a Schiavonea di Corigliano Rossano. 

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