Per “farli” lunedì pomeriggio li hanno attirati in una trappola. Pretese autonomistiche d’un nuovo gruppo criminale già in via d’estinzione?

 

Il compianto Andrea Camilleri l’avrebbe romanzatamente rubricata come una (duplice) “ammazzatina”, ma qualche pagina più avanti avrebbe magistralmente descritto il quadro di quella che nell’ultimo anno della Sibaritide si sta caratterizzando come una carneficina. È la ‘ndrangheta contro se stessa a sparare e ad ammazzare. “Ripulendo” il “proprio” territorio da chi sgarra, magari rivendicando spazi impossibili ed un’autonomia inconcedibile. Eliminando attraverso epurazioni talvolta silenziose, talaltra plateali. Nel codice “etico” non scritto dei capi-‘ndrangheta le esecuzioni di morte seguono diverse modalità, a seconda del personaggio di turno che per essi va tolto di mezzo. C’è chi viene “fatto” a raffiche di kalashnikov e chi viene “fatto”… sparire nel nulla.

A questi ultimi viene in tal modo data scarsa importanza simbolica, come a voler dire che non “contavano” granché e che non valeva neppure la pena di far vedere i loro corpi, per far sapere alla gente che sono stati “fatti”. Non è il caso degli ultimi due morti, che col loro sangue nell’abitacolo dell’utilitaria in cui sono stati “fatti” hanno ancora una volta bagnato di ‘ndrangheta la Sibaritide, stavolta nel territorio di Corigliano Rossano, tra i fitti agrumeti ed uliveti di contrada Apollinara. Pietro Greco (foto a destra), 49 anni, originario di Castrovillari ma residente da tantissimi anni a Cassano Jonio e praticamente cassanese d’adozione, sorvegliato speciale di pubblica sicurezza e noto per reati legati alla droga sull’asse Castrovillari-Rosarno, e Francesco Romano (foto a sinistra), di 44, residente a Corigliano Rossano, imprenditore agricolo coriglianese, incensurato ma “noto” negli ambienti investigativi per le sue assidue frequentazioni malavitose. Loro due sono stati “fatti” insieme, crivellati con oltre una trentina di colpi di kalashnikov, e “finiti” coi colpi di grazia sparati da una pistola calibro 9 nel più classico degli stili ‘ndranghetisti in voga da ‘ste parti. Greco era considerato un esponente emergente della ‘ndrangheta. E Romano era un suo frequentatore. Assieme, a bordo della vecchia Fiat Punto grigia di proprietà di Romano che lo stesso utilizzava per recarsi nelle campagne, verso le 17,30 di lunedì si sono recati molto verosimilmente ad un appuntamento con “amici”, “compari”, che con ogni probabilità avevano chiesto loro di potersi incontrare in quel luogo lontano da occhi ed orecchie indiscreti, tra quelle verdi piante d’ulivo. Non sospettavano minimamente, i due, che quello era il loro ultimo appuntamento con qualcuno. Con la morte. Da quell’ora i loro due smartphone non hanno più dato segnali di vita, proprio perché loro erano già morti. A “farli”, i sicari che li attendevano ansiosi, avranno impiegato meno di qualche minuto. L’ora indicativa del duplice omicidio avvenuto nel pomeriggio di lunedì è praticamente certa, dal momento che il cadavere di Romano indossava ancora gli occhiali da sole. Almeno due i killer che lui e Greco si sono trovati all’improvviso davanti a sbarrargli la strada armati di quel kalashnikov e di quella pistola coi quali sono stati rispediti dritti al Creatore.

 

 

L’attività d’indagine condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Cosenza è diretta, per il momento, dalla Procura di Castrovillari. Il procuratore Eugenio Facciolla ha affidato il fascicolo al proprio sostituto Valentina Draetta. Nella giornata odierna l’autopsia sui due cadaveri che si trovano nell’obitorio del cimitero di Cassano Jonio, affidata dalla Procura al professor Aldo Barbaro di Reggio Calabria. Affidata pure una perizia balistica sulla scorta dei rilievi effettuati dai carabinieri nella mattinata di martedì, dopo la scoperta del fatto di sangue. Sulla scena del crimine i militi dell’Arma hanno rinvenuto non soltanto la pioggia di proiettili sparata addosso alle due vittime, ma anche alcuni elementi utili ad isolare tracce di Dna.

 

 

Il movente del duplice omicidio potrebbe essere quello d’uno sgarro dei due eliminati, che magari non avrebbero rispettato le regole imposte dal locale di ‘ndrangheta cosiddetto degli zingari con capoluogo Cassano Jonio che comanda incontrastato oramai da anni l’intero e vasto comprensorio della Sibaritide allungandosi all’area del Pollino. Come aleggia, pure, l’ipotetica nascita d’un nuovo gruppo criminale “di zona” con possibili pretese autonomistiche e da stroncare sul nascere, appunto, da parte degli zingari, che potrebbero essersi più di recente alleati con quelli che un tempo furono i loro acerrimi nemici, i Forastefano. Fatto sta che siamo già a quattro morti ammazzati, cominciando a contare dall’eliminazione del 63enne boss Leonardo Portoraro, “fatto” a colpi di kalashnikov e pistole nel giugno dell’anno scorso davanti al suo locale pubblico di Villapiana, del suo collega Pietro Longobucco, “fatto” a dicembre a colpi di pistola nella sua casa di Corigliano e poi gettato cadavere nelle gelide acque del porto, per non contare le due sparizioni del piccolo pregiudicato 31enne Antonino Sanfilippo, amico di Longobucco e con ogni probabilità “fatto” per “lupara bianca” contestualmente all’eliminazione del boss, e del 43enne incensurato coriglianese Cosimo Rosolino Sposato, ritenuto dall’inquirenti elemento molto vicino agli ambienti criminali coriglianesi e tra il 2017 e il 2018 “autista” del 57enne boss di Sibari Damiano Pepe durante un suo breve periodo di libertà prima d’essere nuovamente arrestato per scontare un definitivo di pena di sette anni di carcere. 

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