Guerra di ‘ndrangheta: in un anno quattro morti ammazzati certi e due probabili vittime della lupara bianca

 

Nello stretto giro d’un anno già quattro morti ammazzati. O forse sei. Già, perché due delle misteriose “sparizioni” avvenute nel territorio della Sibaritide tra lo scorso dicembre e le scorse settimane presentano tutti i “contorni” per poter essere inseriti a buon diritto tra i (tanti) casi di “lupara bianca” pure registratisi a queste stesse latitudini di ‘ndrangheta nel corso degli anni. Stamane il ritrovamento degli ultimi due corpi che la cronaca consegna al primo elenco, quello dei morti certi. Pietro Greco, 49 anni, originario di Castrovillari ma residente da tantissimi anni a Cassano Jonio e praticamente cassanese d’adozione, sorvegliato speciale di pubblica sicurezza e noto per reati legati alla droga (foto a destra) unito dallo stesso destino di morte a Francesco Romano, 44 anni, residente a Corigliano Rossano, imprenditore agricolo coriglianese ed incensurato, anche se pure lui era “noto” negli ambienti investigativi per alcune frequentazioni non proprio “specchiate” (foto a sinistra).

I loro cadaveri sono stati rinvenuti nell’abitacolo d’una vecchia Fiat Punto grigia. Crivellati a colpi di kalashnikov, una trentina tra quelli andati a segno nelle carni vitali delle vittime e quelli vomitati sull’utilitaria ed a terra dalle bocche dei micidiali fucili mitragliatori inventati nell’Est Europa per essere usati in guerra. E quella in atto nella Sibaritide è una guerra, per chi non l’avesse ancora capito. Una guerra di ‘ndrangheta senza esclusione di colpi. Il fatto di sangue scoperto stamane - con le due vittime trovate “finite” coi colpi di grazia sparati da una pistola calibro 9 in perfetto stile ‘ndranghetista - è andato in macabra scena nella campagne di contrada Apollinara, nel territorio di Corigliano Rossano, ma a un tiro di schioppo dal cassanese. Greco era ritenuto dalle forze dell’ordine un esponente emergente della criminalità organizzata locale. Sul luogo del duplice omicidio sono al lavoro i carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Cosenza, in cerca di tutti gli elementi utili alle indagini, finalizzate a ricostruirne l’esatta dinamica. Quell’auto crivellata di colpi con all’interno i due cadaveri è stata segnalata da parte d’alcuni agricoltori ai militari dell’Arma della Compagnia coriglianese giunti immediatamente e in forze sul posto. L’agguato potrebbe essersi consumato durante la scorsa notte. Il procuratore capo di Castrovillari Eugenio Facciolla è stato sul posto e poi ha affidato il caso ai propri sostituti Mauron Gallone e Valentina Draetta. Presto però il fascicolo d’indagine sarà trasmesso per competenza alla Procura distrettuale antimafia di Catanzaro diretta da Nicola Gratteri.

 

 

Le “cifre” della guerra di ‘ndrangheta in atto sono assai preoccupanti. A giugno dello scorso anno il plateale agguato mortale a colpi di kalashnikov e pistole in cui a Villapiana è caduto il boss 63enne Leonardo Portoraro, eliminato in piena mattinata davanti al “Tentazioni”, il proprio locale situato lungo il vecchio tracciato della Statale 106. A dicembre dalle acque del porto di Corigliano è riaffiorato il corpo del boss 51enne Pietro Longobucco, ucciso a colpi di pistola all’interno della propria abitazione del centro storico coriglianese e trasportato nell’area portuale nel tentativo di tenerne occultato il cadavere nelle gelide acque sottostanti le banchine dell’infrastruttura marittima.

 

Leonardo Portoraro

 

Fino ad arrivare alle due ultime sospette lupare bianche. Pochi giorni dopo il rinvenimento a galla del cadavere di Longobucco, infatti, dallo specchio acqueo del porto venne tirato su pure il furgoncino Fiat Fiorino di proprietà del pregiudicato 31enne Antonino Sanfilippo, amico dello stesso boss ucciso e svanito nel nulla esattamente da quando s’erano perse le tracce di Longobucco. Il giovane manca all’appello dai primi di dicembre e l’ipotesi della “lupara bianca” è oramai quasi una certezza per gl’inquirenti della Direzione distrettuale antimafia catanzarese che indagano sia sull’omicidio del boss sia sulla sparizione dell’amico. Ed è oramai da qualche settimana che si sono perse le tracce pure di Cosimo Rosolino Sposato, 43enne coriglianese incensurato. Pure sulla sua sorte aleggia il sospetto possa trattarsi di “lupara bianca”. Sposato, benché “pulito”, era infatti noto negli ambienti investigativi locali per le proprie frequentazioni d’ambienti criminali. La sua motocicletta è stata ritrovata parcheggiata lungo la strada che dalla frazione coriglianse di Cantinella conduce a quella cassanese di Sibari, praticamente nella stessa area in cui s’è consumato il duplice omicidio delle scorse ore. Sposato, a quanto pare, s’era avvicinato al 57enne Damiano Pepe alias “Tripolino”, noto boss locale residente nella (vicinissima ai luoghi della nostra cronaca) contrada di Lattughelle. Pepe nel maggio del 2017 era uscito dal carcere dopo numerosissimi anni di detenzione, salvo farvi rientro un anno dopo per un consistente residuo di pena pari a sette anni di reclusione a seguito del passaggio in giudicato della sentenza emessa nei suoi confronti nell’ambito del maxiprocesso anti-‘ndrangheta “Sybaris”. Nel suo anno di libertà - ovviamente sotto stretta osservazione da parte degli “sbirri” - Sposato si sarebbe accompagnato spessissimo a lui e spessissimo facendogli pure da personale autista. Che Pepe avesse in quell’anno tentato di ricostituire un proprio gruppo? È una delle ipotesi che aleggia dietro lo strettissimo riserbo investigativo che copre le indagini sulla misteriosa e molto sospetta sparizione di Sposato. E che aleggia sui tre morti ammazzati certi di cui ancora non si capisce a quali gruppi in guerra appartenessero prima d’essere eliminati e quali gruppi li abbiano tolti di mezzo…

 

      

Pietro Longobucco