Un famoso processo per diffamazione a mezzo stampa. Intentato nel 1954 da Alcide De Gasperi contro Giovanni Guareschi, costò al grande scrittore più d’un anno di carcere dopo il suo rifiuto di presentare domanda di grazia. De Gasperi non aveva mai querelato nessuno prima di Guareschi né querelò alcun altro dopo. Con l’entrata in carcere dello scrittore, i cui libri erano già stati tradotti in tutto il mondo vendendo milioni di copie, la popolarità dello statista democristiano cadde vertiginosamente, ne uscì politicamente distrutto.

 

Da qualche anno, grazie ad un libro di Ubaldo Giuliani-Balestrino, docente di Diritto Penale all’Università di Torino ed avvocato di Cassazione con una vasta esperienza internazionale, “Il carteggio Churchill-Mussolini alla luce del processo Guareschi”, Edizioni Settimo Sigillo 2010, si sa con certezza che Alcide De Gasperi mentì ai Giudici e che quel processo fu una farsa.

Sia pur costretto dalla “ragion di Stato”, De Gasperi dichiarò di non aver mai sentito parlare, né di aver mai discusso delle lettere scambiate fra Churchill e Mussolini durante la guerra. 

Dopo la sua morte emerse però che prima del processo aveva inviato allo statista inglese ben quattordici missive, chiedendo un parere sulla loro autenticità. Winston Churchill gli rispose con una curiosa lettera, dicendo che, dopo aver fatto controllare in archivio, era certo fossero false. Una risposta ridicola: come se uno avesse bisogno dell’archivio per capire se una lettera l’ha scritta davvero. 

Guareschi si fece più d’un anno di carcere, dal quale uscì distrutto fisicamente. V’entrò portando sulle spalle lo stesso zainetto che portava quando era stato rinchiuso in un lager nazista.

I colleghi giornalisti di Guareschi non obiettarono sulla irregolarità delle accuse e dello svolgimento del processo. Unica eccezione fu il Secolo d’Italia, il quotidiano del Movimento Sociale Italiano, che lo difese. Neppure l’ordine dei giornalisti protestò o accorse in difesa del proprio illustre membro. Anzi, la Prealpina arrivò addirittura a chiederne la radiazione dall’ordine. 

Giovanni Guareschi aveva pubblicato su Candido due lettere redatte su carta della Segreteria Vaticana (De Gasperi aveva trovato rifugio proprio in Vaticano durante l’occupazione tedesca di Roma) nelle quali lo statista chiedeva agli Alleati di bombardare alcuni punti nevralgici fuori dalla città per indurre il popolo romano alla ribellione contro i tedeschi. Queste lettere facevano parte del cosiddetto “Archivio Enrico De Toma” in circolazione da tempo. Prima di pubblicare le lettere, Guareschi le fece studiare da un esperto grafologo del Tribunale di Milano, tale Umberto Focaccia, che le dichiarò autentiche, ma il Tribunale che condannò Guareschi rifiutò di ammettere quella perizia né di farne eseguire una propria. Si basò solo sulla testimonianza di De Gasperi il quale le dichiarò false. Rifiutò anche di ammettere dei testi a favore della difesa e ammise come avvocato accusatore Giacomo Delitalia, che in precedenza aveva difeso Guareschi nel processo intentatogli da Luigi Einaudi. Saputo che il Governo italiano aveva trattato l’acquisto del “carteggio De Toma”, Guareschi si convinse che doveva contenere documenti genuini dato che «un governo non tratta l’acquisto di carte false.».

La condanna al carcere per Guareschi era obbligatoria dal momento che aveva una condanna precedente a otto mesi per aver pubblicato sul suo giornale una vignetta satirica nella quale si ironizzava sulle bottiglie di vino del presidente Einaudi. Sopra alle etichette stava scritto “Senatore Einaudi”. Quando si capì che quello era un processo farsa, il difensore di Guareschi, l’avvocato Michele Lener, si tolse la toga e abbandonò il suo assistito nel bel mezzo del processo. Ma l’ordine forense non fece nulla contro di lui, mentre avrebbe dovuto radiarlo dall’albo.

Ora non resta che sperare in una revisione del processo e in una riabilitazione postuma del creatore di Peppone e Don Camillo. Ma ci crediamo poco, dato che è in corso il processo di beatificazione dello spergiuro Alcide De Gasperi.

Foto: Giovanni Guareschi alla sua scrivania