La giornalista Nina Palmieri de “Le Iene” racconta la storia di Vincenzo Campana, morto a 21 anni il 20 luglio del 2013 folgorato dalla corrente elettrica mentre su una scala sistemava le luci per la festa di San Giacomo d’Acri. Il datore di lavoro, l’imprenditore coriglianese Nicola Carella (foto), titolare della ditta “IlluminalArt”, è stato condannato in primo grado per omicidio colposo, ma la famiglia di Vincenzo non è stata ancora risarcita. Vincenzo era in piedi su una scala, stava montando le luminarie per la festa del Santo. Aveva cominciato un lavoro stagionale.

«Poteva guadagnare quel poco di soldi per mantenere la famiglia», ha detto a “Le Iene” Elvira, la vedova. Sono le 16,30 di quel terribile pomeriggio quando Vincenzo è sulla scala a montare l’ultima lampadina, e dopo aver montato la luminaria cerca di collegare i cavi a quelli dell’illuminazione pubblica. Parte una scarica elettrica che entra dalla sua mano destra, percorre il torace e fuoriesce dal collo. Una scossa violenta, che lo uccide sul colpo. Muore per fibrillazione ventricolare e paralisi respiratoria. Comincia un processo in cui la famiglia di Vincenzo si costituisce parte civile. Il 10 novembre del 2017 arriva la sentenza di primo grado, che riconosce il datore di lavoro responsabile d’omicidio colposo. Viene condannato ad un anno e sei mesi di reclusione. Lo stesso giudice condanna il datore di lavoro al risarcimento in favore delle costituite parti civili, nonché al pagamento d’una provvisionale immediatamente esecutiva pari a 10 mila euro per ciascuna delle parti, cioè 30 mila euro. «Questo non è avvenuto», dice la moglie di Vincenzo a Nina Palmieri. Nel frattempo la vedova viene a sapere che Carella avrebbe già preso i soldi dell’assicurazione della ditta,  258 mila euro. Perciò, la “Iena” è andata a parlare direttamente con lui.

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LA LETTERA PERVENUTACI OGGI DA PARTE DI LUCIA VULCANO, AMICA DI FAMIGLIA DEL POVERO VINCENZO

«Vincenzo aveva 21 anni ed è morto folgorato sul lavoro, lavoro che non poteva essere svolto da lui in quanto non possedeva le necessarie competenze. Quella mattina Vincenzo non voleva andare a lavoro, ma sapeva che non poteva permettersi una giornata libera perchè aveva due bambini, Francesco di 3 anni e Carmela di 9 mesi. Aveva trovato lavoro con questa ditta di luminarie da luglio fino ad agosto per mantenere la famiglia, per poi riprendere a lavorare nel mese di settembre nel settore agricolo. Vincenzo non era un elettricista, eppure il suo contratto recita mansioni di elettricista e inoltre installatore di luminarie, che richiedono competenze che Vincenzo non aveva dato che era un semplice operaio. Il 20 luglio del 2013, mentre stava per istallare l’ultima lampadina, lui ha lasciato la terra per sempre. Sotto la scala c’era il suo datore di lavoro, Nicola, toccava a lui salire su quella scala dato che lui aveva le competenze mentre Vincenzo poteva solo ed esclusivamente aiutare a spostare gli attrezzi.

 

Dal racconto di una testimone emerge una dichiarazione rilasciata dal signor Nicola, riferita a Vincenzo, che recita: “Stai attento a dove metti le mani”, dichiarazione che ci fa comprendere che il signor Nicola era consapevole del fatto che le competenze di Vincenzo non fossero idonee a svolgere quello specifico lavoro tra l’altro privo dei giusti indumenti. I datori di lavoro per non rispondere della morte del giovane ragazzo dichiararono che fu assunto tre giorni prima della sua morte, cosa non vera perché Vincenzo lavorava senza l’assunzione. Ancora rimane un mistero come i datori di lavoro di Vincenzo hanno potuto essere risarciti dall’assicurazione della propria ditta, soldi che erano destinati ai suoi familiari. Da questa affermazione possiamo dedurre la mancanza di rispetto avuta sia nei confronti della famiglia della vittima, ma anche e soprattutto nei confronti della vittima stessa che era definita dal signor Nicola Carella “fratello”. Parlo io, in prima persona, in qualità di ragazza che conosceva realmente Vincenzo, lo vivevo nella sua quotidianità, condividevo con lui i suoi sentimenti e il suo vissuto.

 

Riguardo al servizio de “Le Iene” trasmesso il 31 marzo scorso in prima serata, vorrei, in qualità di cittadina coriglianese, esprimere tutta la mia indignazione: ascoltare le parole di colui il quale ha “mangiato” sulla morte di Vincenzo definendolo “un ragazzo di strada” che è stato salvato, ha fatto nascere in me la pura rabbia, sia in qualità di cittadina sia in qualità di amica di Vincenzo. Pensare all’idea che nella mia città esistano persone capaci di giocare sulla morte, sfruttarla, non pensare alla vita di un giovane ragazzo che è stato strappato alla famiglia e all’amore di sua madre all’età di 21 anni. Nella mia coscienza di cittadina mi piace ancora pensare che nella mia città ci siano ancora cittadini capaci di guardare all’ingiustizia, di comprenderla e di non velarsi gli occhi di omertà.

 

Certo, Vincenzo nella sua vita non è stato fortunato, ma lui ha sempre avuto una mano pronta per aiutare il prossimo, nonostante le vicissitudini. Mi stupisco di come Nicola Carella possa dormire la notte, poiché in qualità di “fratello” come si definiva, da tale doveva comportarsi con tutte le necessarie accortezze e responsabilità. Doveva giudicare Vincenzo non soltanto nella dimensione lavorativa, ma soprattutto nella dimensione umana, doveva pensare all’amore di sua madre, di suo padre, delle sorelle,di suo fratello e dei suoi figli. Questa persona non ha avuto scrupoli, tante volte non si pensa al dolore che si può provocare, ma la spregiudicatezza di Nicola Carella non ha avuto prezzo, ci pensa mai al fatto che la mamma non riesce a dormire più la notte? Dico solo questo. Siate buoni cittadini, guardatevi dentro. Lucia Vulcano».

 

N.B. La Direzione della nostra testata giornalistica si dissocia tanto dai contenuti del servizio de “Le Iene” quanto da quelli della lettera della signora Lucia Vulcano, dal momento che il processo nei confronti di Nicola Carella non s’è ancora concluso con sentenza definitiva.