Pagnotta, Sabino e Vitelli accusati dall’Antimafia del racket delle case popolari

 

Tutti ai domiciliari i tre indagati nell’ambito dell’indagine dei carabinieri della Compagnia coriglianese denominata “I padroni del quartiere”. I coriglianesi Giacomo Pagnotta, di 43 anni (foto a destra) Francesco Sabino, di 28 (foto a sinistra), e Marco Giuseppe Vitelli, di 24, erano finiti in carcere a Corigliano Rossano la mattina dello scorso 18 marzo per i pretesi reati d’estorsione aggravata dal metodo mafioso in concorso tra loro, danneggiamento ed occupazione abusiva d’alloggi d’edilizia residenziale pubblica popolare.

Oggi il Tribunale del Riesame di Catanzaro presieduto da Giuseppe Valea ha riformato le misure di custodia cautelari che erano state disposte dal giudice per le indagini preliminari distrettuale del Tribunale di Catanzaro Paolo Mariotti, su richiesta del procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia Vincenzo Luberto e del proprio sostituto Alessandro Riello, assegnando il terzetto agli arresti domiciliari. Segnano un punto a favore, dunque, i difensori dei tre indagati, gli avvocati Francesco Paolo Oranges ed Antonio Pucci del foro di Castrovillari, e i loro colleghi Vittoria Bossio e Francesco Calabrò del foro di Cosenza. Il dispositivo emesso dai giudici della libertà è giunto in queste ore, le motivazioni saranno depositate successivamente. 

 

Marco Giuseppe Vitelli

 

Pagnotta, Sabino e Vitelli, tutt’e tre volti molto noti negli ambienti investigativi locali - Pagnotta, tra l’altro, condannato in via definitiva per associazione mafiosa - sono accusati d’avere messo in piedi, nel coriglianese, un sistema illecito d’accaparramento e gestione criminale delle case popolari. Il terzetto, secondo le accuse, gestiva gli alloggi popolari per assegnarli a soggetti contigui o vicini a loro, tra cui parenti d’esponenti condannati per reati di mafia. E chi ne aveva diritto veniva sbattuto fuori mediante atti d’intimidazione e minacce, continue vessazioni e gravi danneggiamenti, anche interni alle abitazioni stesse. L’obiettivo era quello di “sfrattarli” e i metodi finalizzati a fargli terra bruciata intorno, togliendogli, per esempio, l’energia elettrica o l’acqua.

 

In almeno un caso, presso un alloggio popolare dello Scalo coriglianese, gl’indagati avrebbero compiuto ripetute azioni, attuate con modalità mafiose, finalizzate a coartare i legittimi titolari ed a provocare in loro la rinuncia a un diritto patrimoniale, col conseguente danno materiale e morale. Un’azione - secondo l’accusa - finalizzata non solo a preservare l’impunità degl’indagati, ma anche e soprattutto a far conservare all’illegittimo possessore l’utilizzo dell’appartamento occupato attraverso l’intimidazione del legale titolare. Alla vittima, infatti, i tre avrebbero indicato la parentela dell’illegittimo possessore dell’alloggio popolare da loro “sistemato” con un soggetto già condannato per associazione mafiosa, ingenerando un inevitabile timore, cui s’erano aggiunte affermazioni minacciose e danneggiamenti compiuti per entrare negli alloggi o nelle loro pertinenze. 

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