Nell’area urbana Corigliano-Rossano così come nell’intera Piana di Sibari sono attive centinaia e centinaia d’associazioni di persone aventi le finalità più disparate. Da quelle sportive a quelle musicali, da quelle culturali nelle accezioni più ampie a quelle di promozione sociale e di volontariato, queste ultime con finalità ampie e meno ampie quando non propriamente specifiche e specificate. Un mare magnum associativo nel quale – troppo spesso e sempre volentieri – sguazzano speculatori d’ogni risma e senza loro proprie arti né parti e che dell’associazionismo negli anni hanno fatto il loro "mestiere".

A dispetto – e spesso proprio a discapito – delle pur nobili finalità che spingono il numero d’almeno tre persone ad associarsi per qualsivoglia tipo di causa. A ben vedere è fin troppo facile metter su un’associazione, al netto d’ogni formalismo connesso al suo varo attraverso un atto pubblico presso un notaio oppure alla sola registrazione dell’atto costitutivo e dello statuto presso l’Agenzia delle entrate. Tanto facile che – pressoché senza alcun tipo di controllo da parte di chicchessìa – troppo spesso ne succedono di cose strane negli ambiti associativi e in quelli ad essi in vari modi connessi. Di “soffiate”, in modo costante nel tempo, in redazione ce ne giungono copiose. Esempi ne sono le raccolte fondi abusive per la taluna causa o la talaltra manifestazione socio-culturale. Ad opera di persone che quando non sono associate al sodalizio in nome e per conto del quale raccolgono denaro andando in giro porta a porta, persona a persona o presso attività commerciali ed imprenditoriali, sono molto vicine, o vicinissime, all’associazione per la quale dicono di fare la questua. Si tratta d’un aspetto molto deplorevole, che spesso mina la credibilità e finanche la moralità d’associazioni incapaci di fare “filtro” tra i loro associati ed i loro “attivisti” non iscritti. In alcuni casi fatti di questo genere sono stati denunciati, ma soltanto in rarissimi casi i truffatori sono stati individuati e puniti. Benché in cronaca si colloca di diritto nella “nera”, si tratta però dell’aspetto sociologicamte più ludico ed a nostr’avviso di gran lunga meno grave di quanto succede in molte, moltissime associazioni, ed intorno ad esse stesse.

Associazioni nella stragrande maggioranza dei casi favorite da quella pseudosinistra politica tanto arraffona quanto incline ad uno pseudoaltruismo che (mal)cela gli egoismi più beceri. Sì, perché a queste latitudini da anni dominano delle vere e proprie politiche “del lavoro” social-assistenziali e clientelari legate a stretto, strettissimo filo con l’associazionismo. Tali da farci imbattere front-office con professionisti – giovani e meno giovani – che il mercato della libera professione non l’hanno mai affrontato perché collocati all’interno di miriadi di strutture associative che vivono di “progetti” profumatamente finanziati da enti ed istituzioni pubbliche. Che, seppure sovente in ritardo, pagano le loro prestazioni il più delle volte assolutamente inefficaci, le altre del tutto inutili. Si tratta di quei “progetti” e “progettini” che vengono promossi ed attivati dalla politica clientelare che opera in enti ed istituzioni pubbliche soprattutto nei vari ambiti del “sociale”. E parliamo di “punti d’ascolto” e “sportelli” vari in cui bivaccano assistenti sociali, psicologi, avvocati ed altre figure professionali.

Una delle ultime soffiate giunteci in redazione riguarda un centro “vocato” ad offrire assistenza psicologica (e non solo...) alle vittime di reati gravissimi. Molto provata, dopo essersi presentata in una caserma ed avere denunciato una serie di fatti, considerato un consistente can-can mediatico, una vittima si sarebbe rivolta a tale centro ove avrebbe ottenuto supporto psicologico. Ma quando s’è trovata di fronte alla necessità d’essere assistita da un legale quale parte offesa ed ovviamente intenzionata a costituirsi parte civile nel processo contro il proprio carnefice, il centro cui s’era rivolta non l’avrebbe lasciata libera d’affidarsi ad un proprio avvocato di fiducia. Perché - in tal caso - non le sarebbero state redatte e consegnate le necessarie certificazioni psicologiche che farebbero tutt’uno con l’avvocato “specialista” che pure opera nel centro. Come dire: lupus in fabula.

Per non aprire il capitolo relativo ai sussurrati sottili ricatti – pure di natura sessuale  - cui spesso devono sottostare giovani professioniste ingaggiate con tale politica “del lavoro” social-assistenziale...