Per Pasquale Semeraro, presunto complice di Giovanni Manfredi, la Cassazione ha invece rinviato gli atti alla Corte d’Appello di Catanzaro per un nuovo processo

Era il mese di febbraio del 2004 quando il pregiudicato coriglianese oggi 49enne Giovanni Manfredi detto Capa ‘e mulunu (Testa di melone), secondo i giudici d’appello assieme al pregiudicato 39enne anch’egli coriglianese Pasquale Semeraro, a bordo d’un motorino minacciò l’impresario di pompe funebri rossanese Gennaro Curia intimandogli il pagamento del “pizzo”.

Una pretesa di 500 euro «come gli altri» per ogni funerale del quale l’impresa di Curia sarebbe stata incaricata a Corigliano.

La vittima dopo qualche giorno denunciò il fatto ai carabinieri. E i due, al tempo, furono arrestati. Il processo però, a distanza di ben 18 anni, è solo parzialmente definito.

La condanna, infatti, è divenuta definitiva soltanto nei confronti di Manfredi, riconosciuto colpevole di tentata estorsione aggravata con la pena di 6 anni e otto mesi di reclusione. Per l’uomo, difeso dall’avvocato Donatella Caliò del foro di Castrovillari, lo scorso 25 novembre si sono pronunciati i giudici della Seconda sezione penale della suprema Corte di Cassazione.

Che ne hanno dichiarato inammissibile il ricorso al terzo ed ultimo grado di giudizio, dopo la sentenza di primo grado pronunciata dal Tribunale di Castrovillari il 28 febbraio del 2017 (a distanza d’“appena” 13 anni!), poi confermata dalla Corte d’Appello di Catanzaro il 30 gennaio del 2020.

Nel 2004 era competente il giustamente soppresso (nel 2013) Tribunale di Rossano: lì mai nessun processo… 
Solo nel 2017 giunse la sentenza di condanna del Tribunale di Castrovillari (foto) confermata ben tre anni dopo dalla Corte d’Appello di Catanzaro!  

Diversa, invece, la sorte processuale del presunto complice Semeraro, difeso dall’avvocato Andrea Salcina dello stesso foro castrovillarese.

Per lui, infatti, la Cassazione ha disposto l’annullamento della sentenza di condanna inflittagli in appello alla pena di 4 anni di reclusione, rinviando gli atti a una diversa sezione della stessa Corte d’Appello catanzarese per un nuovo giudizio.

Alla base della decisione degli “ermellini” del palazzaccio romano di Piazza Cavour nei confronti di Semeraro, un vizio di natura procedurale maturato nell’ambito dello stesso processo d’appello che lo vide coimputato di Manfredi. redazione@altrepagine.it