Gran parte degli imputati ha scelto il rito abbreviato: soltanto in due affronteranno il dibattimento ordinario. La sentenza è prevista per marzo prossimo

In tutto 26 imputati. Tutte persone ritenute, a vario titolo, vicine, contigue o intranee alla famiglia di ‘ndrangheta della Sibaritide dei Forastefano. Che, secondo le accuse, teneva “in pugno” l’importante settore economico dell’agricoltura nell’intero comprensorio.

L’inchiesta, denominata “Kossa” dall’antico nome del comune di Cassano Jonio, lo scorso mese di febbraio aveva portato all’esecuzione di 17 misure cautelari da parte dei poliziotti della Squadra mobile di Cosenza sotto la direzione del procuratore distrettuale antimafia di Catanzaro Nicola Gratteri (foto), dell’aggiunto Vincenzo Capomolla e del sostituto Alessandro Riello.

Giovedì al Tribunale di Catanzaro è entrato nel vivo il processo a 24 imputati che hanno scelto d’essere giudicati col rito abbreviato dal giudice per l’udienza preliminare Antonio Battaglia, mentre altri 2 hanno scelto il rito ordinario ed affronteranno il dibattimento.

Nel corso dell’udienza ha cominciato la sua requisitoria il pubblico ministero Riello, che concluderà il prossimo 16 dicembre con le richieste delle pene nei confronti dei ventiquattro alla sbarra.

Il Tribunale di Catanzaro

Poi la parola toccherà agli avvocati difensori, che occuperanno lo spazio delle successive 5 udienze già calendarizzate. Il processo dovrebbe concludersi con la sentenza nel mese di marzo dell’anno venturo.

Nella maxi-indagine risultano indagate altre 173 persone, per le quali si procederà separatamente (tra esse pure un’ex assessora dell’ex Comune di Corigliano Calabro).

Gli imputati detenuti in carcere

Pasquale Forastefano, 34 anni, detto “L’animale” e reggente della famiglia cassanese; Domenico Massa, 44, suo fidato “consigliori”, di San Lorenzo del Vallo; Luca Talarico, 36, imprenditore agricolo di Spezzano Albanese; Stefano Bevilacqua, 36, genero del boss ergastolano di Cassano Franco Abbruzzese detto “Dentuzzo”;

Il presunto capo-‘ndrangheta Pasquale Forastefano detto “L’animale”

Gianfranco Arcidiacono, 36, parente e uomo di fiducia di Forastefano; Alessandro Forastefano, 30, titolare di un’azienda di trasporti e fratello del reggente; Agostino Pignataro, 40, di Spezzano Albanese, uomo di raccordo con le aziende del Nord Italia interessate ai trasporti da e per la Calabria; Nicola Abbruzzese, 42, detto “Semiasse”, elemento di spicco degli “zingari”;

Antonio Antolino, 41, e Leonardo Falbo, 46, entrambi cassanesi e dipendenti di un’agenzia interinale utilizzata per truffare l’Inps facendo figurare come impegnati in lavori nei campi ben 173 finti braccianti agricoli, tra i quali l’ex assessora coriglianese.

Nicola Abbruzzese detto “Semiasse” mentre esce dalla Questura per essere tradotto in carcere

Agli arresti domiciliari

Alessandro Arcidiacono, 51 anni, di Cassano (ha scelto d’essere processato col rito ordinario), consulente d’una nota famiglia proprietaria di centinaia di ettari di piantagioni di pesche convinta a cedere la gestione dei fondi rustici a una ditta controllata dai Forastefano riconducibile a Luca Talarico; 

Giuseppe Bisantis, avvocato, 53 anni, di Capaccio Paestum in Campania, ideatore d’una fittizia azione risarcitoria promossa contro un’agenzia interinale; Damiano Elia, 49 anni, imprenditore agricolo di Cassano, ritenuto concorrente esterno nell’associazione mafiosa;

Francesca Intrieri, 29, di Castiglione Cosentino, segretaria dell’azienda di Talarico, coinvolta nella presunta truffa all’Inps; Saverio Lento, 62, di Altomonte, uomo dei Forastefano.

Un altro degli arrestati

A piede libero

Andrea Elia, 41, di Cassano; Vincenzo Pesce, 54, commercialista di Cassano coinvolto pure negli anni passati nelle truffe all’Inps; Cosimo D’Ambra, 48, di Spezzano Albanese; Antonio Falabella, 55, di Cassano (ha scelto il rito ordinario);

Francesco Orsino, 49, di Corigliano; Silvio Forastefano, 33, di Cassano; Fabrizio Lento, 36, di Altomonte; Leonardo Abbruzzese, 35, di Cassano; Enzo Gencarelli, 44, di Corigliano; Claudio Abritta, 53, di Fagnano Castello; Paolo Partepilo, 41, di Trebisacce.

L’inchiesta del procuratore Gratteri e i reati contestati

La Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro guidata dal procuratore capo Nicola Gratteri ha ricostruito l’operatività della cosca di ‘ndrangheta facente capo alla famiglia Forastefano, che si sarebbe “rigenerata” penetrando nel tessuto economico dell’intera Sibaritide e in particolare nel settore agroalimentare e in quello dei trasporti.

Vittime del clan, secondo i magistrati, numerosi imprenditori, tra i quali pure i titolari di un’azienda agricola con sede nella provincia di Ferrara e di livello europeo che opera nel campo della commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli, il cui rappresentante legale, con riferimento alle attività imprenditoriali avviate dall’azienda ferrarese nella Sibaritide, è risultato vittima d’una lunga serie di vessazioni consistite in ripetute richieste in denaro per servizi di guardianìa e arbitrarie maggiorazioni di corrispettivi contrattuali ottenute anche mediante minacce di ritorsioni.

Il clan sarebbe inoltre riuscito a subentrare direttamente nella gestione delle aziende tramite le imprese di riferimento e riconducibili agli esponenti del sodalizio ‘ndranghetista. Che, all’occorrenza, risolvevano le manifestazioni di sciopero con intimidazioni per ottenere il silenzio di coloro che osavano opporsi nell’interesse dei lavoratori.

La conferenza stampa del procuratore Gratteri la mattina della retata

La forza d’intimidazione del sodalizio criminale del clan Forastefano avrebbe anche generato un diffuso timore tra gli operatori commerciali e gl’imprenditori vittime d’estorsioni, per godere della “protezione” delle loro attività economiche e dei loro beni aziendali.

A fronte degl’imprenditori che, a differenza del passato, hanno denunciato le vessazioni subite, altri si sarebbero adeguati alle regole imposte dalla ‘ndrangheta, anche per programmare e consumare, avvalendosi delle società da questi gestite nel settore agricolo, sistematiche truffe ai danni dell’Istituto nazionale della previdenza sociale e d’una società di lavoro interinale, con l’apparente rappresentazione di rapporti di lavoro fittizi, che divenivano truffaldine fonti di finanziamento del clan.

Le mire imprenditoriali dei Forastefano si sarebbero estese anche nel settore degli autotrasporti, monopolizzato grazie a un “cartello” di ditte che secondo gli investigatori sarebbero in realtà riconducibili, direttamente o indirettamente, al clan e sarebbero finalizzate all’acquisizione, spesso con la forza, delle commesse di altri operatori del settore.

Un controllo asfissiante e totale del tessuto sociale ed economico della zona, reso possibile anche da una supposta pax mafiosa stipulata col clan cosiddetto “degli zingari”, storici rivali ai quali i Forastefano s’erano in passato contrapposti per il controllo criminale. direttore@altrepagine.it  

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 20 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.