Nel 2011 le intercettazioni dei carabinieri mandarono a monte l’ordito attentato mortale degli zingari di Cassano Jonio contro l’ex procuratore aggiunto di Catanzaro Vincenzo Luberto

Due giorni dopo l’arresto di Nicola Acri, catturato da latitante alla periferia di Bologna il 20 novembre del 2010, nel corso della stessa delicata, laboriosa indagine che lo vide finire in carcere dopo ben tre anni trascorsi “alla macchia”, da ricercato tra i 100 considerati i più pericolosi d’Italia, in un condominio di Castel Maggiore, sempre nel bolognese, i carabinieri del Ros s’imbatterono in un vero e proprio arsenale d’armi ed esplosivo.

La “Santabarbara” bolognese del superboss di Rossano 

La Santabarbara era nascosta nell’appartamento in cui abitava uno dei diversi fiancheggiatori arrestati appena dopo “Occhi di ghiaccio”, e dunque anche l’armiere del superboss e spietato killer della ‘ndrangheta a capo della ‘ndrina di Rossano. Ben 4 pistole di vario calibro e 1 rivoltella calibro 38 special tutte con matricola abrasa, 1 caricatore per pistola semiautomatica, oltre 350 proiettili di vario calibro, 273 grammi di polvere da sparo, 3 chili d’esplosivo al plastico, 6 capsule incendiarie e 13 detonatori. 

Le dichiarazioni di Gratteri, allora procuratore aggiunto antimafia di Reggio Calabria

Tanto esplosivo: una quantità così ingente da far sobbalzare persino Nicola Gratteri, allora procuratore aggiunto a Reggio Calabria:

«Mezzo chilo di plastico, per intenderci, equivale a cento chili di tritolo. E a Bologna ne sono stati trovati tre chili!» – aveva dichiarato alla stampa l’attuale capo della Procura distrettuale antimafia di Catanzaro – «Bisogna chiedersi a cosa serviva. Non credo per azioni di fuoco a Bologna. Era destinato alla Calabria. Poteva essere usato per mettere a segno un attentato».

I sospetti della Procura antimafia di Catanzaro

Ed è proprio il sospetto che assillò i magistrati dell’antimafia catanzarese che precedettero Gratteri:

«È davvero molto improbabile che tutto quel plastico fosse destinato ad attentati per estorsioni in Calabria, dove tradizionalmente, per mandare un segnale a chi non paga il pizzo, è sufficiente incendiare un negozio o un’auto. Qualcosa non torna».

Insomma, benché non lo dissero esplicitamente, secondo gl’inquirenti d’allora quell’esplosivo sarebbe potuto servire per fare saltare in aria un magistrato.

In quel periodo, infatti, la Direzione distrettuale antimafia catanzarese era particolarmente impegnata nella caccia a numerosi latitanti che s’erano resi irreperibili a seguito delle pesanti condanne ch’erano state loro inflitte.

Dopo oltre un decennio di carcere duro e la condanna all’ergastolo, Nicola Acri ha deciso di collaborare con la giustizia

Nicola Acri “Occhi di ghiaccio” – da alcune settimane collaboratore di giustizia – rivelerà al procuratore Gratteri il nome del magistrato che doveva essere ammazzato? Staremo a vedere.

«Appena arriva l’arma, tra qualche giorno, lo facciamo fuori»

Poco più di sei mesi dopo la cattura di Acri, nel corso delle intercettazioni telefoniche condotte dai carabinieri del Comando provinciale di Cosenza relative a un’indagine antidroga contro il locale di ’ndrangheta degli zingari di Cassano Jonio – cui lo stesso “Occhi di ghiaccio” era affiliato – era emerso un progetto d’attentato contro l’allora sostituto e in seguito procuratore aggiunto antimafia di Catanzaro Vincenzo Luberto, residente a Cosenza.

Il procuratore Gratteri e il suo ex aggiunto Luberto

L’ex “numero due” di Gratteri, denunciato proprio da quest’ultimo per gravi fatti, da qualche tempo è indagato dalla Procura di Salerno.

Dal 2004 in avanti fu lui a condurre tutte le inchieste anti-‘ndrangheta riguardanti il comprensorio della Sibaritide. E un’inchiesta a metà del 2011 disvelò proprio il piano degli zingari per eliminarlo. Lo volevano morto:

«Appena arriva l’arma, tra qualche giorno, lo facciamo», registrò l’intercettazione che fece saltare dalle sedie gl’investigatori dell’Arma che ascoltavano in presa diretta. Frase cui ne faceva seguito un’altra: «l’altra volta non siamo entrati in azione perché pioveva»

L’operazione “Tsunami” che scongiurò l’attentato contro Luberto

Erano voci che facevano da sottofondo a una telefonata intercettata: le persone che stavano vicino al telefonista parlavano tra loro del magistrato Luberto, il loro principale nemico. E s’erano già attivate con pedinamenti ed appostamenti sotto casa dell’ex pubblico ministero, in attesa del momento propizio. Dalle stesse intercettazioni, infatti, era emerso che già da tempo c’era chi stava controllando le mosse di Luberto: i carabinieri captarono l’elencazione delle sue abitudini, di come si muoveva, da solo o in compagnia.

A fine maggio del 2011 gli zingari accertarono che in certi momenti il magistrato era da solo. Chi aveva progettato d’uccidere Luberto stava aspettando un’arma particolare, forse un fucile di precisione. Nell’operazione “Tsunami”, scattata il 10 giugno del 2011, furono arrestati in 12 – tra essi pure 4 donne – tra Cassano, Corigliano, Tarsia e Castrovillari. direttore@altrepagine.it

LEGGI ANCHE ‘Ndrangheta: gli inconfessabili (finora) segreti del superboss “pentito” Nicola Acri

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 20 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.