Ha cominciato ad aprire bocca soltanto da qualche settimana il 42enne Nicola Acri (foto), divenuto quasi leggendario col suo soprannome, “Occhi di ghiaccio”, ex ‘ndranghetista e superboss di Rossano e della Sibaritide. Una bocca tenuta serrata per oltre dieci lunghi anni di detenzione al carcere duro del 41-bis, in ossequio all’“articolo 1” del codice di legge non scritta della ‘ndrangheta che dispone il silenzio, l’omertà.

E oggi quella bocca, al procuratore antimafia di Catanzaro Nicola Gratteri, al suo aggiunto Vincenzo Capomolla ed ai loro sostituti delegati ad occuparsi della ‘ndrangheta sibarita, di cose da raccontare ne avrà certamente tante. E dovrà spiegarne molte, di cose, Nicola Acri. 

Il procuratore antimafia di Catanzaro Nicola Gratteri

I lati oscuri dell’ex capo-’ndrina rossanese, killer glaciale e imprenditore del crimine

I retroscena, i moventi e le esecuzioni di tanti omicidi di ‘ndrangheta compiuti nella Sibaritide, il proprio giro d’affari messo in piedi in Calabria come al Nord Italia dove nel 2010 fu catturato da latitante, le “amicizie” pericolose coltivate ovunque, i legami e i patti col locale ‘ndranghetista degli zingari di Cassano Jonio guidato da Franco Abbruzzese detto “Dentuzzo”.

Nelle dichiarazioni d’altri collaboratori di giustizia Nicola Acri è infatti descritto come uomo d’azione e feroce sicario dallo sguardo glaciale, ma pure come uno ‘ndranghetista imprenditore assai capace d’imporre merci e servizi nel proprio territorio, come caffè, pane e vigilanza.

Un’attività economica multisettoriale quella della “sua” oramai ex ’ndrina rossanese, introdotta pure nel calcio dilettantistico. Una società sportiva rossanese oggi fallita sarebbe stata di fatto utilizzata come paravento per coprire la reale provenienza del denaro ricavato dall’usura e dalle estorsioni.

Le sue tante clamorose assoluzioni prima dell’unico ergastolo definitivo

“Occhi di ghiaccio”, condannato definitivamente all’ergastolo per un solo omicidio, dovrà spiegare pure come fece ad uscire clamorosamente assolto da alcuni importanti processi.

La Cassazione, per esempio, nel gennaio del 2013 lo assolse definitivamente, per non aver commesso il fatto, dall’accusa d’essere il mandante dell’omicidio del 42enne imprenditore rossanese Luciano Converso. E assieme a lui vennero assolti Gennarino Acri, suo fratello e braccio destro, e Massimo Esposito inteso come “Pica pica”. Il terzetto era finito in carcere dopo le rivelazioni d’una giovane barista rossanese, Maria Rosaria Oliverio. La donna che la notte del 12 gennaio 2007 si trovava in compagnia della vittima in una villetta della contrada marina rossanese di Momena.

L’omicidio dell’imprenditore Luciano Converso è rimasto impunito

La teste chiave, dopo aver accusato Gennarino Acri ed Esposito come presunti esecutori materiali del delitto, durante il processo ritrattò clamorosamente. La donna aveva persino confidato a suo fratello, un sacerdote, d’aver visto in faccia i killer, e pure il prete ritrattò, dopo aver confermato la circostanza nel corso delle indagini preliminari.

In primo grado, dalla Corte d’Assise di Cosenza i tre imputati vennero condannati all’ergastolo. Quella sentenza, una volta venuti meno i principali testi d’accusa, venne annullata in appello, i cui giudici assolsero i due Acri ed Esposito. Assoluzione poi confermata dalla suprema Corte di Cassazione.

Qualcuno convinse la donna e il fratello prete a ritrattare? Nessuno finora è stato in grado di dirlo. Il sacerdote nel frattempo è deceduto per un brutto male.

Un’altra assoluzione clamorosa Nicola Acri la ottenne per la strage di Strongoli, in provincia di Crotone, compiuta il 26 febbraio del 2000. Assolto proprio assieme al superboss degli zingari di Cassano Jonio Abbruzzese “Dentuzzo”, all’ex boss di Castrovillari poi divenuto anch’egli collaboratore di giustizia Antonio Di Dieco e ad altri imputati residenti nel Crotonese.

Nella mattanza persero la vita Salvatore Valente, Massimiliano Greco, Otello Giarratano e il pensionato Ferdinando Chiarotti: quest’ultimo era seduto su una panchina e non era vittima predestinata.

Come esecutori materiali vennero indicati lo strongolese Salvatore Giglio, Franco Abbruzzese, Cosimo Alfonso Scaglione e Nicola Acri. Alla fine, nel processo d’appello, uscirono tutti assolti tranne uno: Cosimo Alfonso Scaglione, originario di Tarsia e fidato killer dell’ex boss castrovillarese Di Dieco. Venne condannato a 16 anni Scaglione, il quale già da diversi anni è collaboratore di giustizia.

Il prossimo 20 settembre “Occhi di ghiaccio” si ritroverà faccia a faccia col suo ex sodale “Dentuzzo” 

L’impianto accusatorio della Procura antimafia di Catanzaro, basato sulle dichiarazioni originarie di Di Dieco e Scaglione, non resse per via d’una serie di palesi imprecisioni rilevate nei racconti dei due collaboratori stessi.

Un continuo ping pong tra Cassazione e Corte d’Assise d’appello di Catanzaro ha fatto registrare invece il processo che vede imputati assieme “Dentuzzo” e “Occhi di ghiaccio” per il duplice omicidio di Giuseppe Cristaldi e Biagio Nucerito, compiuto a Cassano Jonio il 6 gennaio del 1999. Pure in questo caso le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, apparentemente univoche, hanno fatto registrare nei processi di primo e secondo grado delle consistenti difformità.

Il prossimo 20 settembre per la prima volta “Occhi di ghiaccio” dovrà comparire in un’aula di giustizia per raccontare la propria verità (con ogni probabilità sarà collegato in videoconferenza), e sarà proprio nel processo d’appello ter per il duplice omicidio Cristaldi-Nucerito che si sta celebrando dinanzi alla Corte d’Assise d’appello di Catanzaro presieduta dalla giudice Francesca Garofalo. direttore@altrepagine.it

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Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 20 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.