I sei imputati, tutti di Cassano Jonio, parenti o vicini a esponenti del clan degli zingari, ieri sono stati condannati in appello

In tempi rapidi e con modi spicci nell’autunno del 2019 s’erano messi in testa di voler diventare i “padroni di Castrovillari”. Nelle telefonate intercettate dai carabinieri, su ordine della locale Procura, era emerso che volevano mettere la sostanzialmente tranquilla cittadina ai piedi del Pollino «a ferro e a fuoco». E c’erano riusciti.

Sì, perché avevano cominciato ad attaccare gl’imprenditori con incendi e intimidazioni. I continui attentati per circa un mese avevano ingenerato un clima di terrore tra gli operatori commerciali. Era ottobre del 2019. La Procura castrovillarese allora guidata da Eugenio Facciolla riuscì ben presto a venirne a capo. E in una notte i carabinieri catturarono la banda. Tutta di Cassano Jonio, il Comune confinante dove regna la ‘ndrangheta. E tutti parenti o vicini al clan ‘ndranghetista cosiddetto “degli zingari”.

L’inchiesta relativa all’operazione fu battezzata “Nerone”, il nome dell’imperatore che bruciò Roma. Nel processo di primo grado a Castrovillari erano stati tutti condannati. Ieri a Catanzaro s’è concluso il processo d’appello e le pene sono state in parte rimodulate.

La Corte d’appello di Catanzaro

Queste le condanne: a Cosimo Abbruzzese, di 30 anni, sono stati inflitti 4 anni e cinque mesi di reclusione; Francesco Abbruzzese, di 25 anni, è stato condannato a 3 anni e otto mesi; Salvatore Lione, 25 anni, 2 anni e sei mesi; Fabiano Falcone, 28 anni, 2 anni e tre mesi; Francesco Cavaliere, 36 anni, 3 anni e tre mesi; Francesco Bevilacqua, 46 anni, 3 anni e dieci mesi. Tutti, a vario titolo, imputati d’estorsione, tentata estorsione e danneggiamento in concorso tra loro.

Il procuratore generale di Catanzaro Salvatore Di Maio, rilevando nel corso della propria requisitoria la chiara matrice mafiosa delle azioni criminali compiute dai 6 condannati, aveva richiesto ai giudici della Corte d’appello che gli atti del processo venissero trasmessi alla Procura distrettuale antimafia guidata da Nicola Gratteri. Gli avvocati difensori si sono opposti a tale richiesta. La Corte non ha comunque inteso di disporla. Purtuttavia, la Procura generale procederà in modo autonomo a trasmettere l’incartamento processuale al procuratore antimafia Gratteri. direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 20 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.