Il “pentimento” di Nicola Acri “Occhi di ghiaccio” lascia presagire che la Procura antimafia diretta da Nicola Gratteri presto potrebbe tornare a “chiedere conto” tra Corigliano-Rossano, Cassano Jonio e non solo

 

 

di Fabio Buonofiglio

Nella Piana di Sibari un’operazione anti-‘ndrangheta di quelle “grosse” non si vede da tanti anni. A onor di cronaca d’essere ve ne sono state – l’ultima, battezzata “Kossa”, proprio lo scorso mese di febbraio – ma s’è trattato d’operazioni relative ad inchieste piuttosto “circoscritte” e limitate nel numero degli arresti eseguiti nelle retate.

 

LE ULTIME MAXI-INCHIESTE E RETATE PIÙ IMPONENTI NEGLI ANNI 2009, 2010 E 2013

Le ultime più imponenti ed importanti sono state quelle che i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro chiamarono “Timpone rosso”, “Santa Tecla” e “Stop”.

 

Che il 16 luglio del 2009, il 21 luglio del 2010 e il 19 giugno del 2013 videro finire in carcere ben oltre un centinaio di persone tra boss, picciotti, affiliati ed intranei, poi quasi tutti condannati.

 

CASSANO E CORIGLIANO-ROSSANO PRIMA DELLA “FUSIONE”: DUE COMUNI SU TRE SCIOLTI PER ‘NDRANGHETA

Il triangolo di comando ‘ndranghetista dell’intero e ben più vasto comprensorio sibarita era ed è tuttora Cassano-Corigliano-Rossano.

 

“Santa Tecla” condusse allo scioglimento per infiltrazioni di ‘ndrangheta dell’allora Comune di Corigliano Calabro, decretato nel giugno del 2011, stessa sorte toccò al Comune di Cassano Jonio nell’ottobre del 2019, mentre l’ex Comune di Rossano – oggi fuso nel Comune unico di Corigliano-Rossano – si salvò da tale onta benché pure lì fossero emerse le commistioni tra gl’interessi economici della ’ndrangheta e quelli elettorali di taluni esponenti politici.

 

 

IL BOSS DAGLI OCCHI DI GHIACCIO CHE COMANDAVA ROSSANO DA POCO COLLABORA CON LA DDA

Oggi si fa largo il “pentimento” del 42enne superboss ergastolano Nicola Acri “Occhi di ghiaccio”, fino a qualche ora fa riconosciuto e temutissimo capo ’ndrina di Rossano nonostante da un decennio in qua fosse recluso lontano da qui, nel penitenziario di Cuneo, in Piemonte, nel braccio di massima sicurezza e al carcere duro del 41-bis.

 

Ed è un “fatto grosso”. Il fatto lascia ben presagire che la Procura antimafia catanzarese guidata da Nicola Gratteri presto potrebbe tornare nella Sibaritide a chiedere conto di tant’altri fatti.

 

OMICIDI E… NON SOLO

All’appello della giustizia mancano i mandanti, gli esecutori materiali e i precisi moventi di diversi omicidi di ‘ndrangheta finora rimasti insoluti, compiuti nel triennio di latitanza di “Occhi di ghiaccio” e qualcuno ancor prima.

 

Nicola Acri potrebbe avere già svelato non solo e soltanto quelle trame di sangue, ma potrebbe avere raccontato e potrebbe ancora raccontare tant’altro al procuratore Gratteri, al suo aggiunto Vincenzo Capomolla, ed ai sostituti Stefania Paparazzo e Alessandro Riello quest’ultimo impegnatissimo da qualche anno proprio sul fronte sibarita.

 

NICOLA ACRI È (STATO) UN PEZZO DA NOVANTA IN TUTTA LA CALABRIA

A dispetto della sua giovane età, il boss dagli occhi di ghiaccio è infatti un pezzo da novanta della ‘ndrangheta: tra il 1999 e il 2001 – secondo le accuse d’altri “pentiti” – avrebbe compiuto con efferatezza una serie d’omicidi nella Sibaritide e non solo.

 

In molti processi è riuscito a spuntarla, ma per uno di quei cruenti fatti di sangue ha la condanna definitiva all’ergastolo. La sua rapida ascesa e lunga carriera criminale lo fece giungere in modo più che naturale ad occupare il ruolo di capo ’ndrina nella sua Rossano. Il “titolo” gli venne conferito dal capo del superiore locale ‘ndranghetista di Cassano Jonio, Franco Abbruzzese detto “Dentuzzo”, anch’egli ergastolano e detenuto al carcere duro del 41-bis dall’operazione “Timpone rosso”.

 

“Occhi di ghiaccio” e “Dentuzzo”

 

IN CARCERE ALL’ERGASTOLO, HA FALLITO IL TENTATIVO D’USCIRE DAL 41-BIS

Nei mesi passati – come AltrePagine aveva rivelato in esclusiva appena lo scorso

1° aprile – “Occhi di ghiaccio” aveva dato mandato ai suoi legali per tentare di percorrere l’irta strada giudiziaria finalizzata ad ottenere la revoca proprio del carcere duro.

 

Le motivazioni giuridiche addotte nel reclamo proposto ai giudici del Tribunale di sorveglianza di Roma prima, e poi nel successivo ricorso ai supremi togati della Corte di Cassazione, non avevano però prodotto il risultato sperato. Anzi: nelle motivazioni del rigetto del ricorso, gli ermellini avevano, tra l’altro, insistito sulla

 

«mancata emersione, grazie all’osservazione penitenziaria, di elementi sintomatici di dissociazione e di recupero ai valori della legalità e della descrizione della sua personalità da parte dell’equipe della casa circondariale presso la quale è ristretto come caratterizzata da “struttura psicologica e personale molto radicata e dura, solida, del tutto coerente con il profilo di leader mafioso, che emerge dalle sue vicende giudiziarie”»oltre che sulla

 

«vitalità attuale della stessa cosca» e sull’«assenza di elementi indicativi, non soltanto della dissociazione o dello scioglimento della consorteria di stampo mafioso, ma anche di una qualche apertura dello stesso verso lo Stato o una qualche presa di distanza o rottura con il clan di cui Nicola Acri è elemento di primo piano, o comunque di una qualche riflessione critica rispetto ai gravi fatti commessi», che

 

«giustificano il giudizio prognostico circa la attuale e perdurante capacità di mantenere contatti con l’organizzazione ed i suoi partecipi, fra i quali la moglie ed altri sodali di recente scarcerati e tornati liberi».

 

Il palazzo della suprema Corte di Cassazione a Roma

 

TRE MESI DOPO È “PENTITO”

Era il 26 febbraio. Quanto tempo dopo sia maturata la decisione di “confessarsi” da “pentito” coi magistrati della Dda ancora non è dato sapersi.

 

La condanna definitiva all’ergastolo che ha sul groppone gli resta e “Occhi di ghiaccio” di sicuro resterà in una cella di qualche carcere italiano, ma altrettanto sicuramente si sarà già guadagnata la revoca del carcere duro e un regime di protezione da parte dello Stato per se stesso e per i suoi più stretti familiari.

Mentre nella Sibaritide e in qualche altra parte di Calabria già in queste ore sono certamente in molti a tremare. 

direttore@altrepagine.it

 

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Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 20 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.