Il “colletto bianco” è Domenico “Nico” Pisano, 48 anni, appartenente a una buona famiglia di Schiavonea.

Da qualche tempo vive in Spagna: è indagato dalla Procura Antimafia di Potenza

 

  

 

di Fabio Buonofiglio

C’è un gruppo di coriglianesi alla “corte lucana” del 51enne boss di ‘ndrangheta Filippo Solimando. Qualcuno figura tra gl’indagati nella maxi-inchiesta condotta dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Potenza guidata dal procuratore Francesco Curcio, altri invece  compaiono come “attori non protagonisti” nel reality criminale avente a regista il capo ‘ndrina coriglianese e reggente del locale ‘ndranghetista cosiddetto degli zingari di Cassano Jonio.

 

Almeno fino al 16 febbraio del 2015, quando la Dda calabrese di Catanzaro fece scattare l’operazione “Gentlemen”, che lo vide finire dietro le sbarre del carcere duro al 41-bis e dalla quale è poi scaturita la condanna definitiva del boss a 20 anni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso dedita al narcotraffico intercontinentale.

 

I CORIGLIANESI INCRIMINATI CON SOLIMANDO DALLA PROCURA ANTIMAFIA DI POTENZA

Gli altri coriglianesi incriminati nella maxi-inchiesta lucana venuta alla ribalta mercoledì mattina, sono: Cosimo Damiano Schiavelli di 33 anni, Francesco Capalbo di 28, Luca Zangaro di 35, e Domenico Pisano di 48 (nella foto in apertura)

 

Per ciascuno dei quattro la Procura antimafia potentina aveva richiesto l’emissione d’una misura cautelare, ma il giudice per le indagini preliminari Donata Di Sarno non ha accordato alcun provvedimento preventivo, motivando giuridicamente le proprie decisioni su ogni singola posizione. I quattro restano dunque indagati a piede libero.

 

IL COLLETTO BIANCO

Tra loro spicca il nome di Domenico detto “Nico” Pisano – commercialista e consulente aziendale – per la particolare gravità delle accuse che i magistrati muovono nei suoi confronti. E lo fanno sulla scorta di numerosissime intercettazioni telefoniche ed ambientali.

 

SPESSO INTERCETTATO COL BOSS

Dalla Calabria alla vicina Lucania e ritorno, poco più di un’ora d’auto, per il “colletto bianco” coriglianese, spesso e volentieri proprio in compagnia del boss Solimando, come captato nelle conversazioni fatte registrare dai magistrati antimafia.

 

Filippo Solimando

 

DI BUONA FAMIGLIA

È di buona famiglia, Pisano: il padre Giorgio, di professione ragioniere e fondatore d’alcune apprezzate attività di ristorazione e d’un lido balneare a conduzione familiare alla marina di Schiavonea (anche “Nico” spesso v’ha fatto da cameriere), a Corigliano ha ricoperto più volte le cariche pubbliche di consigliere e d’assessore comunale.

 

ADESSO VIVE IN SPAGNA

Lasciatosi un matrimonio fallito alle spalle, il consulente commercialista occulto della ‘ndrangheta nel 2018 s’è risposato con una donna di nazionalità straniera e s’è trasferito in Spagna. Adesso vive a Vigo, una città della Galizia. L’estate scorsa pare sia tornato nella sua Schiavonea e qualche sera ha pure aiutato a servire ai tavoli d’uno dei ristoranti di famiglia.

 

LE ACCUSE NEI CONFRONTI DEL CONSULENTE COMMERCIALISTA

“perché – in concorso – con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, allo scopo di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali e sul riciclaggio, essendo i fratelli Solimando già condannati o gravemente indiziati dei delitti p. e p. dagli artt. 416 bis cp, 73 e 74 DPR 309/90,

 

in qualità di consulente e commercialista delle aziende e delle società di fatto, cooperando sia nella schermatura della società di fatto fra Aldo De Pascalis, Solimando Giacomo e il suo sodalizio mafioso e Filippo Solimando, che nella acquisizione di beni da intestare fittiziamente ai soli De Pascalis, che nella illecita divisione degli utili fra i soci di diritto e quelli di fatto, che, infine, nell’amministrazione anche commerciale delle attività che sapeva riferibili concretamente a soggetti inseriti nella criminalità organizzata e – segnatamente – nella ‘ndrangheta,

 

nel corso del tempo attribuiva fittiziamente ad Aldo De Pascalis la titolarità esclusiva dell’azienda De Pascalis, in parte di pertinenza dei soci occulti Solimando, acquisendone altresì gli utili fittiziamente attribuiti ai soci formali, nonché attribuiva fittiziamente al medesimo De Pascalis, che li accettava, le titolarità di una pluralità di beni immobili, acquisendone altresì i proventi, e in particolare: (segue un lunghissimo elenco costituito da un opificio magazzino, compendi e porzioni immobiliari, poderi, terreni e fondi rustici per svariati milioni d’euro, ndr).

 

Fatto commesso al fine di agevolare il sodalizio criminale e, in particolare, per consentire allo stesso di gestire direttamente o indirettamente attività economiche e commerciali attraverso la creazione e il potenziamento di una propria azienda mafiosa, di acquisire una posizione monopolistica del settore della commercializzazione dell’ortofrutta nella fascia jonica lucana, di reinvestire capitali d’illecita provenienza e, dunque, di mantenere e rafforzare la propria supremazia economica e criminale sul territorio lucano. Commesso in Scanzano Jonico da aprile 2013 fino alla data odierna”.

direttore@altrepagine.it

 

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