di Fabio Buonofiglio

È chiara come il sole la matrice ‘ndranghetista dell’agguato compiuto stamane nelle campagne di Cassano Jonio e costato la vita al 40enne cassanese Francesco Elia (foto). Le indagini al momento sono coordinate dal sostituto procuratore di Castrovillari Valentina Draetta, ma prestissimo il fascicolo trasmigrerà dalla Procura locale alla distrettuale antimafia di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri. Carabinieri e polizia hanno ricostruito la dinamica dell’agguato.

 

Erano circa le 8,30, Elia si trovava assieme ad un operaio 30enne di nazionalità rumena ed era alla guida della Fiat Panda bianca. Era già entrato nell’azienda agricola di famiglia intestata al fratello Giuseppe quando il commando dei killer a bordo di un’Alfa 147 nera ed armato d’un fucile mitragliatore kalashnikov gli ha tagliato la strada, cominciando a sparare all’impazzata col mitra. Una vera e propria raffica: oltre una trentina di colpi. Il rumeno, subito gravemente ferito (ora lotta tra la vita e la morte nell’ospedale dell’Annunziata di Cosenza) è rimasto bloccato – fingendosi morto – nell’abitacolo dell’utilitaria, mentre Francesco Elia, benché già ferito, ha tentato di scappare a piedi. Ma è stato raggiunto e finito con dei colpi di grazia al volto che l’hanno sfigurato. La 147 nera, risultata rubata a Crotone, è stata data alle fiamme e ritrovata carbonizzata dagl’inquirenti nelle campagne circostanti.

 

Francesco Elia era stato assolto in via definitiva dalle imputazioni d’associazione mafiosa e di tentata estorsione nel febbraio del 2018. Già, perché il 10 luglio del 2007 era stato arrestato nell’ambito dell’operazione anti-‘ndrangheta “Omnia”. La Procura distrettuale antimafia gli contestava di far parte della locale cosca cassanese dei Forastefano, al tempo guidata dal boss Antonio Forastefano alias “Tonino il diavolo”. In primo grado per Elia cadde l’imputazione di tentata estorsione, ma venne condannato a due anni di carcere per associazione mafiosa. La sentenza in appello venne confermata, ma la Cassazione l’annullò disponendo un nuovo processo, poi conclusosi con l’assoluzione definitiva.

 

Gl’investigatori davanti al corpo di Elia avvolto dal lenzuolo

 

Francesco Elia era il figlio del boss cassanese Alfredo Elia. Pure il padre morto ammazzato, nel 1992, in un agguato nel corso della prima guerra di mafia della Sibaritide. Il boss era facente parte del gruppo di Corigliano guidato da Santo Carelli (il boss ergastolano è deceduto alcuni anni fa) ed era a capo della ‘ndrina di Cassano assieme al fratello Giuseppe. Il 22 marzo del 1992 – quando il figlio Francesco era ancora un ragazzino – Alfredo Elia venne assassinato assieme al suo fedele guardaspalle Leonardo Schifini: furono trovati morti crivellati di colpi nell’abitacolo della loro Bmw nei pressi dei Laghi di Sibari. Secondo quanto emerso dalle indagini, il delitto era stato ordito dal gruppo dei Portoraro per vendicare la morte di suo fratello che, a suo giudizio, era stata voluta da Carelli e dai fratelli Elia. Il gruppo rivale era infatti proprio quello dei Portoraro, guidato dal boss cassanese ma stabilitosi a Francavilla Marittima, Leonardo Portoraro, anch’egli morto ammazzato a colpi di kalashnikov il 6 giugno del 2018 davanti al ristorante di famiglia a Villapiana Lido.

 

Carabinieri sul luogo dell’agguato

 

Francesco Elia era sposato ed aveva figli. Il movente del suo omicidio potrebbe avere un fil rouge con gli altri morti ammazzati da un anno in qua nella stessa area. Un romanzo di sangue fatto d’equilibri di ‘ndrangheta assai precari dovuti a rivendicazioni ed a spinte “autonomiste” rispetto a chi comanda col pugno di ferro il Cassanese e l’intera Sibaritide, che da poco tempo ha tenuto a battesimo il nuovo Comune di Corigliano-Rossano, la terza città più grande della Calabria.

 

Il teatro del delitto isolato dalle forze dell’ordine

 

E la Sibaritide rimane una terra insanguinata dalla ‘ndrangheta. Il 23 luglio dello scorso anno, in contrada Apollinara, proprio al confine tra Cassano Jonio e Corigliano-Rossano, sono stati crivellati – pure loro a colpi di kalashnikov – il 39enne Pietro Greco, cassanese ma residente a Castrovillari, ed il 44enne coriglianese Francesco Romano. Identica a quella di stamane l’azione esecutiva dei sicari. Sì, perché l’utilizzo del fucile mitragliatore di fabbricazione ex sovietica da qualche tempo è la penna con la quale la criminalità organizzata locale firma le sue azioni più plateali. Poco più di venti giorni prima, il primo luglio, da Cantinella di Corigliano-Rossano, a pochissimi chilometri da Apollinara, era sparito nel nulla il 43enne coriglianese Cosimo Rosolino Sposato, incensurato ma considerato “vicino” agli ambienti criminali: una misteriosa “sparizione” che negli ambienti investigativi viene considerata un caso di “lupara bianca”. E l’omicidio di Elia di stamane potrebbe ascriversi a una logica criminale di vendetta, oppure all’ennesima – e stroncata – rivendicazione o pretesa di tipo “autonomista”.

direttore@altrepagine.it

 

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