Dall’avvocato Antonio Pucci, difensore del medico Sergio Garasto, riceviamo e pubblichiamo:

«Esimio Direttore,

in merito allarticolo relativo al fatto di cronaca “Il dottor morte e i suoi complici uccisero volontariamente un neonato” segnalo una serie di rilevanti imprecisioni.

Per quanto potrà sembrare stantìo (e mai dovrebbe esserlo quando sono in ballo diritti fondamentali sanciti nella Carta Costituzionale) nel nostro ordinamento vige il principio della presunzione di innocenza verso la persona dell’accusato.

 

E mai come in un caso del genere, questo principio dev’essere tenuto presente, considerato che la sentenza della Corte di Assise di Cosenza è solo il primo grado di un processo nel quale la prova della colpevolezza è tutt’altro che chiara.

Ciò posto, al di là delle valutazioni critiche che verranno esposte in sede di appello contro la sentenza pubblicata, l’articolo riporta in modo non corretto il contenuto della sentenza stessa.

 

In primo luogo, il feto è giunto privo di vita al pronto soccorso dell’ospedale di Corigliano. Il dato è assolutamente pacifico ed è stato affermato non solo dal collegio peritale nominato dalla Corte di Assise, ma finanche dalle consulenti nominate dalla Procura della Repubblica.

 

In secondo luogo, la sentenza da conto che il feto aveva un’età di 23/24 settimane per come accertato dalla perizia medico legale disposta dalla stessa Corte. I periti, anche in ragione della natura estremamente prematura, hanno ritenuto testualmente che “il feto espulso non abbia compiuto atti respiratori e quindi non sia nato vivo”, con ciò affermando che prima della fase espulsiva il feto era privo di vita.

 

In terzo luogo, non esiste alcun referto ospedaliero nel quale il dottore Garasto attesti che l’aborto sia stato causato dall’incidente stradale, anche perché non appena giunta al pronto soccorso, con il feto già espulso, la partoriente è stata condotta immediatamente nel reparto di ginecologia e visitata dalla ginecologa di turno, dove si è verificato il secondamento con l’espulsione della placenta.

 

Infine, la sentenza non ha mai attribuito all’avvocato Berardi “il ruolo più centrale” in questa vicenda, né ha mai scritto che avrebbe goduto della somma di 80 mila euro dalla pratica abortiva in questione, non fosse altro perché non solo per questa vicenda non è stato incassato alcun indennizzo, ma nemmeno è stata mai avviata alcuna pratica di risarcimento contro una qualsiasi compagnia assicurativa. E, soprattutto, l’avvocato Berardi non è mai stata né imputata e né sottoposta ad indagini per questa vicenda

Nè l’avvocato Berardi ha mai patteggiato la pena nel processo Medical Market.

 

Mi limito a chiedere la rettifica delle circostanze non veritiere in quanto non riportate nella sentenza della Corte di Assise di Cosenza, lasciando, com’è giusto ed ovvio, che siano le aule di giustizia ad accertare i fatti ed a valutarli sotto il profilo della illiceità o meno. 

Ma, certamente, quelle circostanze riportate nell’articolo di stampa e che ho prima evidenziate, non sono contenute nella sentenza della Corte di Assise». 

Avvocato Antonio Pucci 

 

***Nota del direttore***

Egregio avvocato Pucci, abbiamo impiegato circa una settimana per completare la lettura dell’intera lunga sentenza che consta di ben 140 pagine. Evidentemente abbiamo letto una sentenza diversa da quella da lei descritta. 

Con immutata stima ed amicizia,

Fabio Buonofiglio

 

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