Coronavirus, gli elenchi dei malati su WhatsApp. Scandalo? No: ipocrisia

 

di Fabio Buonofiglio

A scanso d’equivoci: colei o colui che per prima o per primo a Corigliano-Rossano ha messo in circolo quell’elenco è un essere immondo, oltre ad aver commesso un fatto illecito. Ci riferiamo all’elenco delle persone loro malgrado ammalatesi di Covid-19 nei confronti delle quali il sindaco ha disposto le ordinanze di quarantena sanitaria obbligatoria su richiesta dei responsabili del Dipartimento di prevenzione, igiene e sanità pubblica dell’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza, dei familiari e delle persone “quarantenate” perché erano state in contatto con le prime e di quelle nei cui confronti il provvedimento è scattato a seguito di controlli delle forze dell’ordine dai quali è emersa l’inottemperanza alle norme finalizzate al contenimento del contagio dal Coronavirus.

 

Bene ha fatto il sindaco Flavio Stasi a denunciare l’accaduto, pur se altamente improbabile che la malfattrice o il malfattore venga scoperto e punito. Purtuttavia non ci sommiamo al coro degli “scandalizzati” di queste ore, per gran parte un coro d’ipocriti dal momento che la sporca faccenda di ieri s’ascrive ad una storia vecchia come il cucco, anche a Corigliano Rossano. Cristallizzata in modo serafico in una delle più magistrali strofe della canzone d’autore italiana, in quella “Bocca di rosa” che per un poco portò l’amore nel paesino di Sant’Ilario. Un coro d’ipocriti, sì, perché le comari d’un paesino non brillano certo in iniziativa – cantava Fabrizio De Andrè – le contromisure fino a quel punto si limitavano all’invettiva. E oggi l’invettiva non scocca come una freccia dall’arco volando di bocca in bocca, ma “viaggia” con un file Pdf come nell’ultimo caso, con una foto, con un messaggio scritto o vocale, su WhatsApp ed altre messaggerie social. Sì, c’è un essere abietto che ha portato fuori dal proprio segreto d’ufficio quell’elenco. Ed è una verità, questa, senza nome né volto. Ma c’è una verità più vera. Già, perché alla stazione c’erano tutti, dal commissario al sacrestano, ed al beep di quel messaggio WhatsApp ieri hanno risposto tutti “presente”.

 

Fabrizio De Andrè 

 

A questo punto, dunque, dove sta lo scandalo? È capitato tante di quelle volte, in città, che se n’è perso oramai il conto. Dalle videocassette Vhs a luci rosse della studentessa universitaria fuorisede nei primi anni Duemila ai filmini dello stesso genere girati in qualche studio professionale locale negli stessi anni, dagli scatti fotografici osé sulle lavatrici del locale negozio d’elettrodomestici di qualche anno addietro ai più o meno contemporanei video di sesso orale realizzati con lo smartphone dalla coppia fedifraga e poi divenuti oggetto di ricatto virale fatto pervenire persino ai figli minorenni della donna protagonista, dal sesso della coppietta focosa nel Parco Robinson di Rende videoripreso addirittura da un rappresentante le forze dell’ordine che in tempi più recenti sconfinò più che abbondantemente dagli smartphone di Rende, Cosenza e dintorni, e potremmo elencarne a decine e non solo di voyeuristica morbosità legata al sesso, fino ai giorni nostri coi barbarici messaggi vocali in cui s’apostrofava in mille volgari modi da parte di voci femminili la consigliera comunale della città tuttora ricoverata in ospedale per il Covid-19, o quelli contro il gruppo di croceristi poi risultati negativi ai test a tampone o altri scalmanati che pure in questi drammatici giorni soddisfano un protagonismo mai avuto nella società reale attraverso video continui che poi fanno girare su Facebook e WhatsApp. Figuriamoci come ci si è dovuti sentire dapprima “realizzati”, poi tante altre cose e in ultima analisi pure “al sicuro” dal Coronavirus – pensando altruisticamente al prossimo – con quell’elenco a portata di clicNon è un problema di repressione. E neppure di prevenzione. È un fatto di cultura. E continuerà a portare a spasso per il paese l’amore sacro e l’amor profano. 

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