I tempi che stiamo vivendo sono tremendi. E la faccenda del Coronavirus è materia delicata assai. Lo è, in particolare, per chi di professione svolge il lavoro di giornalista. Sì, perché adesso per noi è ancor più necessario che in tempi e condizioni “normali” essere scrupolosi nella nostra attività quotidiana. Dalla quale – di questi tempi – dipendono le ansie, negative o positive che esse siano, di tutti, noi compresi. Chiunque di voi, nostri lettori, ha in mano uno smartphone con le app di Facebook e WhatsApp. E come voi, l’abbiamo pure noi giornalisti, che con tali strumenti ci lavoriamo pure

perché su quelle applicazioni abbiamo “in vetrina” le nostre testate giornalistiche con pagine e profili personali. E pure noi – esattamente come voi – riceviamo messaggi contenenti foto, video ed audio simpatici, a mo’ di barzellette social. E proprio come capita a voi, ci divertiamo pure noi. E pure noi riceviamo quotidianamente o quasi messaggi che gridano “al lupo al lupo!” o che ci danno “notizie” su qualsiasi fatto o presunto fatto. E ci mancherebbe non fosse accaduto pure in queste settimane e in questi giorni sul rovente argomento del Coronavirus. Come moltissimi di voi, quindi, pure noi, stamane, abbiamo ricevuto quell’audiomessaggio lì. Inoltratoci da più amici e/o contatti telefonici. E come voi l’abbiamo ascoltato. Detto ciò, ognuno di voi lettori – e di noi giornalisti – è libero di credere al contenuto di quello e/o d’altri messaggi audio, video, fotografico e chi più ne ha più ne metta, soprattutto quando non si sa da chi e dove sia stato prodotto il primo. Se a noi giornalisti la “notizia” ivi contenuta sembra verosimile, ci attiviamo al fine di verificarla. In questi ultimi casi, per la nostra esperienza personale, il più delle volte tali “notizie” si sono rivelate delle puttanate. E amen: le abbiamo tenute per noi, ci siamo fatti due risate con qualche amico, le abbiamo cestinate. In alcuni casi si sono rivelate come delle imbeccate, perché quando abbiamo professionalmente verificato attraverso le nostre fonti, talvolta è persino capitato che scavando e approfondendo siamo riusciti a rendere un discreto servizio al mondo di quell’informazione che corre veloce come un fulmine sui social, rendendo così il nostro lavoro utile al servizio di voi lettori.

 

 

Amici lettori di AltrePagine, affezionati e non: di blog Laqualunque e giornalisti della domenica sui social purtroppo v’è pieno, e noialtri, che ci mettiamo quotidianamente la firma e la faccia (pure sugli errori che qualche volta può capitarci di commettere, perchè siamo umani) su questo possiamo farci davvero poco per non dire nulla. Sta alla vostra intelligenza scegliere cosa e chi leggere, cosa e chi credere, cosa e chi commentare, cosa e chi condividere sui social. Perché troppo spesso ci accade – e non solo in questi tristi tempi – di dover sentire «È vero: l’hanno scritto su Facebook». E talvolta, proprio come come oggi, di vedere centinaia di condivisioni social tra Facebook e WhatsApp delle notizie date dal signor Laqualunque. Fosse pure esso signore un giornalista, che magari di nome non fa Cetto, ma di cognome fa comunque Laqualunque e magari è un parente stretto di quello benché per ridere e scherzare noi continuiamo a preferire quello. Saluti.     

 

 
 

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