“Medical Market”: simularono un sinistro stradale per incassare e dividersi i soldi dell’assicurazione. Quasi un secolo di carcere per il professionista coriglianese imputato con Stefania Russo, Nunziatina Falcone e Piero Andrea Zangaro

 

 

Tutti condannati dalla Corte d’assise di Cosenza presieduta da Paola Lucente (a latere Luigi Branda). Con pene dai 23 ai 25 anni di reclusione. Dopo sette anni e mezzo dal tragico fatto e cinque anni esatti dagli arresti dei quattro presunti responsabili, arriva il verdetto nei confronti del 58enne noto medico ospedaliero Sergio Garasto e della 42enne Stefania Russo (foto), ma pure per la 47enne amica di quest’ultima Nunziatina Falcone, e per il 38enne Piero Andrea Zangaro, amico d’entrambe le donne, tutti coriglianesi ed alla sbarra per un reato gravissimo: omicidio volontario premeditato ed aggravato in concorso tra loro. Commesso il 15 maggio del 2012 nel Pronto soccorso dell’ospedale “Guido Compagna” di Corigliano-Rossano.

Si tratta del processo per infanticidio scaturito dalla maxinchiesta giudiziaria denominata “Medical market”. La pena più alta – 25 anni di reclusione – è stata inflitta a Garasto, 24 anni alla Russo, 23 ciascuno alla Falcone ed a Zangaro. Per tutt’e quattro il pubblico ministero Valentina Draetta aveva sollecitato la pena dell’ergastolo per avere in concorso tra loro provocato l’aborto della Russo, al settimo mese di gravidanza, simulando un incidente stradale al fine d’incassare e poi dividersi il risarcimento d’una polizza assicurativa automobilistica per responsabilità civile. Il quartetto – oggi in libertà – finì in manette la mattina del 22 gennaio 2015, quando l’allora giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Castrovillari Letizia Benigno emise le misure cautelari nei loro confronti.

 

Il tragico fatto criminale – stando alla sentenza di primo grado – s’inserisce nel ben più ampio quadro del maxiprocesso “Medical Market” in corso davanti ai giudici del Tribunale di Castrovillari, che vede coinvolte altre 140 persone, tra le quali spiccano i nomi, noti, di diversi medici ed avvocati coriglianrossanesi. Al termine delle arringhe difensive, nel primo pomeriggio di oggi, i difensori del quartetto – gli avvocati Antonio Pucci, Andrea Salcina, Mario Elmo ed Alfonso Sapia, avevano sollecitato le assoluzioni dei loro assistiti affermando, in base ad alcune perizie mediche discordanti con la tesi dei consulenti della Procura di Castrovillari, che il feto era privo di vita quando la Russo fu visitata. La pm Draetta, invece, al termine della requisitoria tenutasi lunedì scorso, aveva sostenuto che l’aborto era stato indotto meccanicamente e farmacologicamente, e che una volta fuoriuscito il nascituro sarebbe stato lasciato morire al fine di portare a termine il disegno criminoso.

 

Sergio Garasto

 

Sergio Garasto, pneumologo oggi in servizio nell’ospedale “Ferrari” di Castrovillari, prima che i giudici si ritirassero in camera di consiglio – durata circa quattro ore – ha reso dichiarazioni spontanee gridando la propria innocenza: 

«Questa vicenda ha rovinato la mia vita e quella dei miei figli – ha detto in lacrime al cospetto di chi qualche ora dopo l’avrebbe giudicato colpevole – l’intera mia famiglia è in apprensione, preoccupata di quello che sarà il mio destino. Sono un padre, non avrei mai accettato di sopprimere la vita d’un neonato. Mio padre è morto nel corso di questi otto anni col cuore a pezzi perché suo figlio veniva considerato un assassino. Faccio il medico da più di trent’anni, col cuore, con sorrisi e carezze accolgo i miei pazienti, senza pretendere nulla in cambio. Ho sempre aiutato tutti, sono al fianco dei più bisognosi perché vengo da quel mondo. Tutti mi stimano, vado a casa dei malati terminali ad ogni ora, appena mi chiamano, con grande disponibilità. Ho fatto il muratore, il cameriere, il calzolaio. Dopo mille sacrifici mi ritrovo senza casa. Il mio stipendio è impegnato per pagare il mutuo della casa in cui vive la mia ex moglie e per il mantenimento dei figli. In merito a questa vicenda posso dire che ho fatto il mio dovere con professionalità ed umanità. Quando la signora è arrivata in Pronto soccorso ho chiamato subito i carabinieri, non potevo fare un verbale falso in loro presenza. Con Zangaro parlavo della malattia dello zio, con la Falcone della sua gravidanza. Se quel bimbo fosse arrivato vivo in ospedale non solo io, ma tutti gli altri operatori sanitari presenti avremmo fatto il possibile per assisterlo. Come avremmo mai potuto farlo morire senza far nulla? Non avrei mai potuto tacere tale orrendo crimine alla mia coscienza».

I difensori dei quattro imputati hanno già annunciato che ricorreranno in appello, cominciando a lavorare sui ricorsi non appena, da qui ai prossimi novanta giorni, saranno depositate le motivazioni del dispositivo della sentenza che è stato letto in aula dalla presidente Lucente intorno alle 17,30 d’oggi pomeriggio.

 

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