A distanza di venti giorni dal suo arresto, stamane è tornato in libertà il 19enne coriglianese Alessio Sposato. Si tratta del presunto capo del branco composto da altri tre giovanissimi coriglianesi pure loro finiti in manette con le stesse accuse: violazione di domicilio, interferenze illecite nella vita privata e quella – gravissima – di tortura nei confronti d’un uomo disabile psicofisico anch’egli coriglianese e residente nel pieno centro dello Scalo coriglianese di Corigliano-Rossano. Il quartetto era stato arrestato dai carabinieri della Compagnia coriglianese tra il 6 e il 16 dicembre scorsi per ordine del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Castrovillari Chiara Miraglia, cui il sostituto procuratore Valentina Draetta a seguito delle indagini dei militari dell’Arma aveva richiesto l’applicazione delle misure cautelari nei loro confronti.

L’aspetto più controverso e significativo della deprecabile vicenda – che nei giorni scorsi è finita nelle aperture di tutte le cronache nazionali – è che i giudici del Tribunale del Riesame di Catanzaro (foto in alto) che proprio stamane si sono pronunciati sulla posizione del presunto capobranco, hanno deciso di rimettere il giovane in libertà non ritenendo sussistente proprio la gravissima ipotesi accusatoria di tortura, reato che prevede una pena che va dai 4 ai 10 anni di reclusione. Il Tribunale catanzarese ha dunque accolto la tesi sostenuta dal difensore di Alessio Sposato, l’avvocato Pasquale Di Iacovo del foro di Castrovillari. Caduta l’accusa di tortura, dunque, per i giudici della libertà restano in piedi gli altri due reati per i quali gli stessi togati catanzaresi, per come richiesto proprio dall’avvocato Di Iacovo nel proprio ricorso, hanno annullato l’ordinanza cautelare che era stata emessa dal gip di Castrovillari ed applicato ad Alessio Sposato la misura cautelare del divieto d’avvicinamento all’uomo rimastone vittima.

 

Nei prossimi giorni i giudici del riesame dovranno pronunciarsi sui ricorsi degli altri tre indagati, i quali tuttora sono agli arresti domiciliari: Giuseppe Riforma di 19 anni, il fratello Damiano Riforma di 26 (difesi dall’avvocato Francesco Paolo Oranges), ed il rumeno Narcis Burciu di 20 (difeso dall’avvocato Antonio Pucci). La vittima, F.M. di 57 anni, veniva circondata dal quartetto mentre era a letto, terrorizzata, schernita, schiaffeggiata, derisa, spinta in uno stato di confusione e disorientamento e ripresa attraverso lo smartphone con dei filmati poi diffusi sul popolare social network di Instagram. Il tutto per mero gioco e divertimento come ammesso dagli stessi protagonisti.

 

L’avvocato Pasquale Di Iacovo

 

Il difensore di Sposato ha depositato al Tribunale catanzarese pure una serie di documenti, tra cui una perizia redatta dall’ingegnere Serafino Caruso, con la quale è stato effettuato un accertamento tecnico finalizzato all’approfondimento della dinamica degli eventi che era stata filmata nel video registrato con lo smartphone d’uno degli arrestati, e in esito alla decisione dei giudici del riesame ha dichiarato: «I giudici hanno applicato correttamente la legge anche se la condotta filmata nel video pubblicato su Instagram resta moralmente riprovevole, ma tale giudizio morale non poteva legittimare una condanna nei confronti del giovane Sposato per un reato d’inaudita gravità qual è il delitto di tortura che gli era stato originariamente contestato. Auspichiamo tuttavia che siffatte vicende non diventino l’occasione per mettere in mostra i più svariati giudizi moralisti diffusi sui social network e sui mass media solamente, in sanatoria, successivamente alla consumazione di tali eventi drammatici, poiché sarebbe più risolutivo e coerente preoccuparsi dello stato d’abbandono e di degrado in cui il povero disabile psicofisico vive da anni nell’indifferenza completa delle istituzioni, delle associazioni di varia natura e degli stessi concittadini, perché è proprio l’indifferenza e il disinteresse quotidiano verso queste problematiche di degrado sociale che crea terreno fertile e che di conseguenza favorisce l’insorgenza di siffatte condotte di bullismo».

 

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