Confessioni d’un cronista. In vent’anni d’attività ho pianto solo due volte. La prima fu il giorno in cui vidi una cinquantina o più scatti fotografici relativi all’autopsia del corpo umano d’una ragazza, accoltellata non ricordo neppure quante volte e poi cosparsa di benzina per essere bruciata che stramazzava a terra ancora viva. Non volli riversarli sul mio computer e quella notte, e diverse notti ancora ebbi gl’incubi. La seconda è stata stamattina. Quando ho dovuto dare l’annuncio di morte d’un luogo fisico del posto in cui non sono nato, ma in cui sono cresciuto, risiedo, e soprattutto vivo. Un luogo fisico nient’affatto simbolico.

Un luogo dove sono stato decine e decine di volte, forse una delle prime quando all’età di sei anni ci andai tutt’esaltato perché proprio lì era appena nata mia sorella. Un luogo dove tutt’esaltati migliaia e migliaia d’altri fratelli e sorelle sono andati perché lì erano nate le loro sorelle ed i loro fratelli, figli delle loro madri e dei loro padri. Un luogo dove negli anni successivi spesso s’è scongiurata la morte di persone a me care, di miei semplici conoscenti, o di donne, uomini e bambini a me sconosciuti. Un luogo dove a volte sono purtroppo morte persone a me care, miei semplici conoscenti, donne, uomini e bambini a me sconosciuti. Un luogo di speranza, o di guarigione da un fisico malessere passeggero e di routine. Oppure un luogo anche di solo conforto da una fisica stupidaggine che dopo esserci andato ti senti meglio psicologicamente, ma soprattutto fisicamente. Un luogo dove una volta ho trascorso un’intera giornata, dall’alba fino a tarda sera, accanto a una persona assai cara.

 

L’ospedale “Guido Compagna”

 

Già. Perché, credenti o non credenti in Dio o chissà in chi o a che altro, in un ospedale succede proprio tutto questo e tant’altro di più. Ed è inaccettabile che questo luogo muoia. Ancor più inaccettabile è che muoia senza che sia nato un suo erede, un erede migliore di quello che esso – nel bene e nel male – è stato in questi vostri, nostri, miei anni. Allora, chi ha ucciso “Guido Compagna”? Io la risposta alla mia stessa domanda la scrivo proprio mentre voialtri state puntando il vostro indice accusatore contro qualcuno e/o contro qualcosa, chiunque e qualsiasi cosa. Ed io penso proprio stiate sbagliando, miei cari lettori. Già, perché “Guido Compagna” l’abbiamo ammazzato tutti noi che viviamo in questa città. Ma soltanto noi che siamo adulti. Ed ai nostri minorenni, che siano figli, nipoti o pronipoti, noialtri dovremo spiegare il perché, ammesso e non concesso riescano a comprenderci ed a perdonarci quest’assassinio politico di massa.

 
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