Il 55enne coriglianese Fabio Vena era finito nei guai nel giugno del 2013 assieme all’imprenditore Domenico Ungaro e ad un’altra ventina di persone

 

 

A fine giugno del 2013, proprio nella sua qualità di direttore di banca, era finito sotto inchiesta nell’ambito d’una grossa indagine condotta dall’allora Procura di Rossano, per poco guidata da Eugenio Facciolla, e dalla Guardia di finanza su una maxifrode fiscale da oltre mezzo milione d’euro. Una ventina in tutto gl’indagati, tra quelli per i quali il giudice per le indagini preliminari dispose gli arresti e gli altri ai quali venne applicata la misura dell’obbligo di presentarsi quotidianamente in una caserma a firmare. E al direttore bancario toccò proprio questo, al tempo. L’inchiesta, che era durata oltre due anni, aveva al centro un’associazione per delinquere finalizzata a mettere in piedi un colossale giro di fatture false, a creare artificiosamente crediti d’imposta in realtà inesistenti, ad evadere il fisco e a distruggere documenti contabili. Un gruppo criminale con base operativa proprio l’attuale città unica di Corigliano-Rossano.

Un’indagine scaturita da un’iniziativa dell’Agenzia della dogane e portata avanti dalla Guardia di finanza che aveva scoperto un vorticoso giro di società che movimentavano somme enormi di denaro. L’inchiesta, condotta dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria delle fiamme gialle di Catanzaro, fu denominata “Cocktail” ed oltre agli arresti ed alle altre misure cautelari, portò ad un sequestro di ben dieci società e di beni mobili ed immobili, conti correnti e partecipazioni societarie nella disponibilità dell’associazione per 13 milioni e mezzo d’euro, non solo in Calabria ma anche fuori regione: a Napoli, Roma, Livorno, Como e Torino. L’associazione a delinquere secondo gl’inquirenti stava allungando i suoi tentacoli pure all’estero, in particolare nel Regno Unito e in Bulgaria. Gl’investigatori erano riusciti a ricostruire attività e ramificazioni del gruppo criminale, avvalendosi tra l’altro d’intercettazioni telefoniche, accertamenti bancari, riprese video, perquisizioni e sequestri. L’organizzazione era dedita alla commissione di reati tributari nello specifico settore delle accise. Il sistema di frode emerso era consistente nella produzione di documentazione ad hoc da parte delle varie società del “gruppo”. L`organizzazione utilizzava un’articolata rete di strutture societarie, di diritto nazionale ed estero, dimostratesi soggettivamente ed oggettivamente tutte “collegate”. Molte di esse avevano la sola funzione di “cartiere” o di contenitori di debiti fiscali riconducibili dal punto di vista gestionale ad alcuni degl’indagati.

 

La sede della filiale coriglianese della Banca Unicredit

 

L’allora direttore coriglianese della filiale bancaria dell’Unicredit, il 55enne Fabio Vena, venne dapprima esautorato dalla propria funzione e poco dopo licenziato in tronco «per giusta causa» dallo stesso importante istituto di credito nazionale. Vena impugnò subito il suo licenziamento dalla banca, motivato dalle proprie «omesse segnalazioni d’operazioni bancarie sospette, per non aver inibito la movimentazione d’un deposito di risparmio intestato alla Srl Unical con autorizzazione a bonifici esteri, per avere, in violazione della normativa antiriciclaggio, consentito la movimentazione del conto corrente intestato all’imprenditore Francesco Domenico Ungaro, sottoposto ad indagine penale per frode fiscale e riciclaggio, indagine di cui Vena era a conoscenza almeno dal 2012, e per avere, in violazione di specifiche prassi aziendali, predisposto l’istruttoria d’un finanziamento in favore del proprio genitore e deliberato un ulteriore affidamento di credito senza la copertura d’idonee garanzie».

 

La legittimità del licenziamento era stata confermata tanto dal Tribunale di Castrovillari quanto dalla Corte d’Appello di Catanzaro, ma sul lungo iter giudiziario la parola “fine” è stata scritta solo lo scorso 17 ottobre. Già. Col deposito, da parte dei giudici della Sezione Lavoro della suprema Corte di Cassazione, della sentenza emessa il 9 maggio, attraverso la quale gli “ermellini” del “Palazzaccio” romano di Piazza Cavour (nella foto in apertura) hanno rigettato l’ultimo possibile ricorso che era stato proposto dai legali dell’ex direttore Vena

 

 

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