Leggendo le nostre pagine di cronaca di queste ultime settimane e non leggendo alcun tipo di reazione da parte delle Istituzioni locali e nazionali, temo si possa generare un equivoco che è bene scongiurare fin da subito. Perché sapete, proprio nella settimana in cui ho ascoltato la magistrale narrazione di Pino Aprile, non vorrei si desse manforte a quegli imbecilli che nel corso di molti dibattiti replicavano al giornalista che «fare le ferrovie al Sud significa fare regali alla criminalità organizzata» o giù di lì.

Già, perché è l’esatto contrario: l’assenza di infrastrutture, per esempio, limita enormemente le possibilità di sviluppo del nostro territorio, rendendo quasi impossibile la realizzazione professionale e personale di ogni individuo: se ci sono armi efficaci nelle mani della criminalità organizzata, ben più delle pistole, queste sono proprio la frustrazione e la povertà che ne derivano. Ecco perché lo Stato dovrebbe investire immediatamente, per esempio, in strade e ferrovie al Sud, senza guardare il dato falsato della domanda, alterato da un’offerta da terzo mondo, e senza lasciarsi intimorire dalla possibilità di infiltrazioni negli appalti. Perché da queste parti ci sono imprese pulite, famiglie pulite, persone pulite che meritano servizi, e ci sono cittadini disposti a fungere da sentinelle attraverso il monitoraggio civico, quello che proposi (al momento invano) proprio per il terzo megalotto della Statale 106.

 

In questi giorni, anzi in questi mesi di cronaca nera, di auto incendiate, di atti intimidatori, di piccoli e grandi segnali inquietanti riportati nelle ricostruzioni noir di quotidiani e testate web, di omicidi, mi sono spesso chiesto: quando è il momento? Quando sarebbe stato il caso di intervenire duramente, nuovamente, per tracciare la profonda linea di demarcazione tra Noi e loro? Tra Noi ed i codardi, Noi e gli incendiari, Noi ed i pistolettari, cioè tra noi ed il niente sociale, come feci quando incendiarono il lido “Lulapaluza” e tante altre volte. Quella linea di demarcazione è la stessa che Gaetano Saffioti, imprenditore del movimento terra di Palmi, tracciò più di 15 anni fa dopo aver sentito in TV le parole con cui il magistrato Pennisi apostrofò tutti noi, dicendo che i calabresi, ed in particolare gli imprenditori, sarebbero stati tutti dei codardi. Saffioti, con cui avrò il piacere di discutere tra poche ore, bussò alla porta di Pennisi, disse «mi chiamo Gaetano Saffioti, e non sono un codardo» e consegnò le registrazioni autoprodotte che avrebbero permesso una delle prime operazioni antimafia nella Piana di Gioia Tauro, l’operazione “Tallone d’Achille”.

 

 

Ed allora sia chiaro che anche da queste parti quel solco esiste, netto, profondo. Tra chi ciarla, blatera di onore, lo scimmiotta, e chi l’onore lo merita e lo conquista giorno per giorno. Onore a chi resiste nell’onestà. Onore a chi, nonostante le difficoltà oggettive di un territorio ferito quasi quotidianamente dallo Stato, non si rivolge mai e non si piega all’ignorante brutalità dell’antistato criminale, che non ha patria né cittadinanza. Onore a chi denuncia, a chi ha occhi per vedere e bocca per parlare, onore a chi non è un codardo, a chi fa il proprio dovere, a chi sta da questa parte di quel solco grande come il mare, con i piedi ben saldi sulla terraferma.

 

Gli altri, in fondo, non sono altro che sfigati bloccati su un’isoletta sperduta tra le onde, sempre in guerra tra loro, con l’illusione di essere gli unici padroni di acqua, terra e cielo, ed invece sono talmente pezzenti da non possedere neanche la propria vita. E mentre il nome di chi si distinguerà sulla terraferma sarà ricordato per sempre e scolpito nella storia, il nome di chi si distinguerà su quella sfigata isoletta di soprusi e codardia sarà dimenticato insieme a quello di qualsiasi garzone. Si riprenda lo Stato, si riprenda davvero, perché seppur questa terra è piena di uomini e donne coraggiosi e puliti, non è giusto costringerli a farne a meno. Solo gli imbecilli non hanno compreso che questo non è tempo di spot televisivi, di parole di circostanza, di analisi costi-benefici: valori come la civiltà, l’equità, la dignità non possono essere quantificati e non hanno alcun costo, poiché senza di essi uno Stato, di fatto, non esiste. E se non ho alcun dubbio sulla moltitudine di persone, di calabresi, che restano coi piedi saldi sulla terraferma guardando con disprezzo profondo l’isola dei “senza patria” attraverso i giornali, non posso dire di essere altrettanto sicuro di vivere in un luogo dove le Istituzioni garantiscono effettivamente equità, dignità e civiltà.

 

Di admin