«Gentile Fabio Buonofiglio, sono una giovane cittadina di Corigliano Rossano e le rispondo in merito alla lettera di commiato pubblicata dal vostro sito in morte al boss della ‘ndrangheta Pietro Longobucco. Sarò franca con lei, per la prima volta da quando vi seguo mi avete, effettivamente, sorpresa. Ieri notte, la notte di Santo Stefano, ho finito di leggere quella lettera e, con gli occhi sgranati, ho guardato i miei genitori. Sono due persone di mezza età, lievemente acciaccati dagli anni che avanzano ma comunque abbastanza intelligenti e istruiti da comprendere la gravità di ciò che era appena accaduto.

Entrambi hanno scosso la testa sconvolti, hanno proferito qualche parola di sconforto e poi hanno ripreso a fissare la televisione, entrambi persi in infiniti secondi di autocommiserazione. È un sentimento infimo, l’autocommiserazione. Nasce piano piano, dal seme della vergogna, ti spinge a credere che, qualsiasi cosa tu faccia, niente cambierà, e noi calabresi (e in particolare noi coriglianesi) siamo vaccinati all’autocommiserazione. Non le dipingo questa immagine per commuoverla, così come non scrivo questa lettera per offendere la presunta donna autrice del macabro epitaffio ad uno dei responsabili diretti del degrado umano del nostro territorio. In tutta coscienza, non la ritengo colpevole. Ognuno di noi si convince di ciò che deve per tirare avanti, specialmente da queste parti.

 

Ciò che mi ha sconvolta di più, in realtà, è stata la spregevole presunzione con la quale avete presentato la lettera. Uso l’aggettivo “spregevole” perché soltanto una persona spregevole utilizzerebbe certe parole nei confronti di chi, come me, si è giustamente sentito offeso, anzi, umiliato, da ciò che avete scritto. Accusare la cittadinanza onesta di eccessiva sensibilità, vantando una presunta superiorità morale ed una incorruttibile etica giornalistica nei confronti di chi certe cose non può tollelarle, è da vigliacchi. A dire la verità, la cosa non mi sorprende. La folle arroganza di chi crede di essere super partes nel trattare temi complessi è ormai il modus operandi più comune in Italia, specialmente tra quei giornalisti che, come voi, si illudono di rimanere neutrali e, inevitabilmente, indifferenti, rispetto alle ingiustizie di questo mondo.

 

Nel frattempo, il coinvolgimento emotivo, l’umanità, la sensibilità verso i più deboli, il senso di giustizia che spingerebbe a lottare perché i colpevoli vengano riconosciuti come tali, sono messi fuorilegge. E noi cittadini comuni, studenti, insegnanti, avvocati e avvocate, dipendenti comunali, impiegati e impiegate, imprenditori e imprenditrici, braccianti agricoli e tanti altri ancora veniamo lasciati soli. Soli con la nostra autocommiserazione, soli con la nostra vergogna. E soli con lo schiacciante peso della nostra coscienza che, a differenza della vostra, ci spinge a dire “No”. Perché non si può pubblicare una cosa del genere e credere di non essere faziosi. Non si può credere seriamente di non avere responsabilità nell’aver consapevolmente contribuito a dipingere un’immagine positiva di un uomo che, come è stato scritto più volte nel vostro stesso sito, era un mafioso, un criminale.

 

L’integrità è una brutta bestia, perché ci spinge sempre a fare delle scelte coerenti con ciò che siamo realmente, a discapito di tutto. E mi trovo soprendentemente a concordare con l’autrice della lettera quando dice che almeno Pietro Longobucco è stato coerente con se stesso e con la scelte di vita che aveva fatto. I mafiosi lo sono sempre d’altronde, sono mafiosi fino alla fine, e dalle loro scelte non hanno niente da perdere. Questa società malata, debole coi forti e forte coi deboli, li giustifica sempre, li santifica addirittura. Cosa ne è delle persone comuni? Cosa ne è di tutte quelle persone che, a Corigliano Rossano, hanno vissuto tentando sempre di fare del bene, ma sono morti dimenticati? Perché la vostra redazione si è presa tanto disturbo per Pietro Longobucco e non per loro? Concludo questa lettera facendo appello a quel briciolo di coscienza che immagino abbiate seppellito sotto chili di inettitudine: cancellate quel post. Fatelo per voi stessi, per me, per Corigliano Rossano, per i vostri figli e le vostre figlie se ne avete, fatelo per chiunque, ma fatelo. Nella speranza che questa lettera vi giunga al più presto, Vi saluto cordialmente, Elena De Gaudio

 

Ps Come vedete, a differenza della nostra cara autrice, io non ho paura di firmare col mio nome. Pubblicatemi pure se volete, datemi in pasto alla cittadinanza omertosa di cui fate parte. Non credo vi convenga però, non credo questa lettera vi farà fare una bella figura. Non senza un pizzico di presunzione giovanile mi aggiungo alla lista dei giornalisti e delle giornaliste che non hanno mai avuto paura di dire le cose come stavano, anche quando era troppo pericoloso farlo, e che hanno usato il loro nome per firmare quegli articoli che, spesso, gli sono costati l’esilio, la scorta e addirittura la morte. Allerta spoiler: voi non siete tra questi.» 

 

E DUE

«Caro direttore, mi aggiungo alle proteste, spero numerose, per l’ignobile pubblicazione di quella lettera ieri sera sul giornale on line. Non starò qui a sprecare del tempo per evidenziare quanto sia stato penosa non tanto la scelta della pubblicazione quanto quell’inutile preambolo che, parliamoci chiaro, suona come una paraculata bella e buona. Nonostante la mia giovane età non mi illudo che lei non sappia già certe cose, per cui vado al dunque. La mia semplice domanda è: il guadagno proveniente dalle pubblicità del sito e quindi dalle decine di migliaia di visualizzazioni che solo nella serata di ieri avrà sicuramente registrato basteranno ad alleviare il senso di squallore per la svendita così sfacciata della sua dignità, prima umana e civica e poi giornalistica? Non mi dilungo in ulteriori commenti per non offendere la mia e la sua intelligenza, perché d’altronde come si dice a Corigliano “u scart è sempr a denar”. Spero che questi introiti possa spenderli in cultura per lo meno, anche perché si sa: la dignità non si compra. Matteo Romio, un giovane coriglianese che crede nel giornalismo». 

 

Gentili nostri giovani lettori, probabilmente al contrario di quanto ne potevate pensare, abbiamo apprezzato molto le vostre due e mail. In quella lunga, appassionata ed articolata di Elena, la quale sicuramente non ci segue da vent’anni, ma certamente da poco tempo per poter conoscere la nostra storia professionale e le vicissitudini ad essa indissolubilmente legate e vissute proprio qui a Corigliano Rossano e nella Sibaritide, con franchezza vogliamo dire che non siamo stati spregevolmente presuntuosi nei confronti d’alcuno. Nè abbiamo neppure lontanamente tentato d’essere “neutrali” e “super partes”, come lei sostiene. L’esatto contrario. Perché sugli affari della ’ndrangheta e su ogni altro genere di malaffare, noi “neutrali” e “super partes” non lo siamo stati mai né lo siamo stati ieri attraverso la pubblicazione di quella lettera né lo siamo oggi o lo saremo in futuro. E la nostra pubblicazione di quella lettera sta esattamente dall’altra parte, quella opposta a quella di chi l’ha scritta. Non possiamo, però, restare dall’altra parte ma girati di spalle, facendo finta che chi l’ha scritta non esista. Perché esiste eccome, e scrive e parla proprio in nome e per conto della sua parte. È una contro-cultura, quella. Che è necessario venga conosciuta, toccata con mano, proprio da parte di quelli che stanno dalla parte opposta. Per esorcizzarla. E la funzione della mediazione giornalistica è strumentale solo e soltanto a questo.

 

Capito Matteo? Altro che “paraculata”! Le migliaia di letture ben vengano quando gli organi d’informazione riescono a creare dibattito su questioni scottanti per la vita dei cittadini della nostra terra, e la lotta alla ‘ndrangheta e ad ogni altro genere di malaffare per i cittadini della nostra terra rappresentano proprio la madre di tutte le questioni aperte. Altro che “svendita sfacciata della dignità”! Cogliamo l’occasione per invitarvi entrambi, così come invitiamo tutti i nostri lettori, dopodomani sera, al dibattito presentato nella locandina qui sotto riprodotta e durante il quale pure questo dibattito può continuare…

Fabio Buonofiglio, Direttore responsabile AltrePagine.it

e mail direttore@altrepagine.it

 

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