È guerra di ‘ndrangheta: fascicolo già trasmesso alla Dda 

 

Potrebbe essere stato tradito da qualcuno di cui si fidava. Oppure no. Potrebbe essere stato vittima d’un trappolone senza via di scampo tesogli dai suoi ipotetici sequestratori e killer. Che magari potrebbero aver guadagnato – per forza di cose – la “fiducia” d’un uomo ritenuto malfidato e molto furbo, evidentemente non quanto necessario, forse addirittura da sicari travestiti con delle farlocche divise delle forze dell’ordine.

Forse proprio sull’uscio della sua stessa abitazione. Prelevato, insomma, con le buone o con le cattive. E tradotto chissà dove per essere sottoposto ad un processo sommario armi in pugno, senza difensori, col solo “pubblico ministero” dello stesso “ordine giudiziario” cui egli stesso apparteneva, la ‘ndrangheta, quella con un “codice penale” tutto suo e con un sistema “giuridico” che prevede solo un tipo di condanna, quella senz’appello: la morte. Un’esecuzione in piena regola di ‘ndrangheta, quindi. Un delitto eseguito da uno o più killer. Col dead man walking di turno fatto infine inginocchiare per terra: sparato al petto e poi alla nuca col classico colpo di grazia, col proiettile fuoriuscito dall’orbita oculare. Potrebbe essere stato questo il privatissimo ed agghiacciante proscenio dell’ultimo delitto di ’ndrangheta registratosi in modo silenzioso e senz’alcuna platealità, a differenza di numerosi altri fatti di sangue nella Sibaritide.

 

Al centro della scena v’è l’area urbana coriglianese della nuova grande città di Corigliano Rossano. E questo è il primo omicidio di ‘ndrangheta da quando, lo scorso mese d’aprile, è nata la nuova città. La platealità s’era vista eccome, invece, all’inizio della scorsa estate ma fuori da essa, quando davanti ad un bar-ristorante nel pieno centro di Villapiana Lido, la mattina del 6 giugno, era stato “fatto” a colpi d’un fucile mitragliatore kalashnikov e d’una pistola uno dei più eccellenti ed influenti boss della Sibaritide, Leonardo Portoraro (foto qui in basso), divenuto “di troppo” per gli attuali affari ed interessi criminali. E proprio l’omicidio Portoraro ha riaperto ufficialmente quella guerra di ‘ndrangheta in realtà mai sopita nella Sibaritide.

 

 

Benché ancora non vi sia la scientifica certezza che sia proprio il corpo del 51enne boss coriglianese Pietro Longobucco alias ‘U iancu i varrili (foto in alto) il cadavere rinvenuto due giorni orsono nell’acqua antistante una delle banchine del porto di Schiavonea (manca la prova regina degli esami comparativi del Dna i cui campioni sono stati già prelevati e sarebbero ancora in fase d’analisi), sarebbe concentrato proprio sulle dinamiche dell’“omicidio Longobucco” – e degli eventuali annessi e connessi – il lavoro di queste ore da parte degl’investigatori in forza al Nucleo operativo della locale Compagnia dei carabinieri. I cui vertici, in giornata, hanno avuto una riunione operativa presso la Procura di Castrovillari confrontandosi faccia a faccia col capo dei magistrati inquirenti Eugenio Facciolla. Un summit sul quale v’è il sigillo del più stretto riserbo. Già, perché lo stesso procuratore Facciolla ha precisato che in esito alla riunione operativa col comandante dell’Arma coriglianese, il capitano Cesare Calascibetta, il fascicolo d’indagine aperto a Castrovillari è stato trasmesso, per competenza, alla Procura distrettuale antimafia di Catanzaro diretta da Nicola Gratteri.

 

Frattanto, com’è oramai noto, dagli stessi giorni in cui è irreperibile il boss Longobucco lo è pure un 30enne legato agli ambienti criminali dello stesso boss. E pure questo rappresenta allarme negli ambienti investigativi e non solo ovviamente. Allarme cui proprio in queste ore s’aggiungerebbe altro allarme perché, secondo una ridda incontrollata di voci, adesso non si vedrebbe circolare più pure un altro soggetto degli stessi ambienti criminali coriglianesi…

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