Mio grande amico, in questa circostanza avrei voluto magari scriverti tra trenta-quarant’anni, e sono certo che avrei potuto scrivere tante cose belle. Invece te ne sei andato troppo presto. E adesso sono trascorsi già alcuni quarti d’ora e non riesco a mettere nero su bianco un mio ricordo di te.

Eppure i ricordi sono una montagna, tra i nostri incontri quasi quotidiani, momenti di lavoro, occasioni di spensierata ed allegra convivialità. Tu, cugino di mia madre che porta il tuo stesso cognome, pupillo di quella buonanima di mio nonno che per te stravedeva, ma soprattutto mio grande amico, amico fraterno. Perché per me sei stato un fratello di maggiore età. In questi venticinque lunghi e drammatici giorni mi sono mancate le nostre telefonate per i nostri quasi quotidiani caffè insieme al bar. E di questi venticinque giorni non dimenticherò mai il «Come stai?» che, toccandomi la mano, tu hai rivolto a me, dal letto dell’ospedale. È questo il ricordo più bello che di te mi porterò dentro per tutto il resto della vita. Perché ho sempre pensato che «Come stai?» siano le due parole più belle che un essere umano possa rivolgere ad un proprio simile. Perché penso che queste tue due parole riassumano nel modo più magistralmente umano il tuo innato altruismo. Sì, perché chiunque t’abbia conosciuto, anche poco poco, sa quanto tu sia stato altruista con chiunque, anche con chi con conoscevi. Infinitamente buono.

 

Sei stato mio fraterno amico personale ed amico di AltrePagine. Il più grande amico tra gli amici di AltrePagine. Sei sempre stato il nostro difensore, nel senso più infinito di questa parola, perché credevi profondamente nella libertà di stampa troppo spesso soffocata nella nostra Italia da parte dei potenti e dei prepotenti. Te ne saremo infinitamente ed eternamente grati. Per questo, tra le tante foto, ho scelto questa che ci ritrae insieme durante una vecchia intervista per SibariTv del nostro comune amico e mio collega Emilio Panio. A tesserti le lodi di grande avvocato penalista per oltre un trentennio coraggiosamente impegnato in importanti processi noi non ci sentiamo degni né in grado di riuscirvi. Per noi lo sei stato.

 

Ti saluto fraternamente Salvatò: il mio abbraccio a tua moglie Caterina ed ai tuoi adoratissimi figli Simona – giovane e già bravo avvocato – e Roberto, dovranno per forza colmare l’abbraccio che avrei dovuto darti così, all’improvviso, dopo un caffè. Addìo.          

 

 

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