Secondo i carabinieri della Compagnia di Corigliano, il sostituto procuratore di Castrovillari Luca Primicerio ed il giudice per le indagini preliminari del Tribunale Carmen Ciarcia, stavano progettando l’omicidio del pluripregiudicato e presunto boss locale della ‘ndrangheta Pietro Longobucco, 51 anni, alias ‘U iancu i varrili (foto).

Il quale, secondo la ricostruzione degl’investigatori, sarebbe dovuto rimanere vittima d’un agguato mortale a colpi di pistola, lo scorso 6 ottobre, nei pressi d’un suo appezzamento di terreno agricolo ubicato in contrada Varie, nei pressi del cimitero coriglianese. Il supposto piano delittuoso sarebbe stato affinato qualche giorno prima, durante la giornata del 3 ottobre. Ma il 5 i carabinieri vanno a prelevare i sospettati e li conducono in caserma. Scatta il fermo di polizia giudiziaria e per loro s’aprono le porte del carcere. E qualche giorno dopo viene spiccata l’ordinanza applicativa della custodia cautelare in carcere vergata dal gip Ciarcia nei loro confronti. Le accuse – a vario titolo – vanno dallo spaccio di sostanze stupefacenti al progettato omicidio, appunto, di Longobucco.

 

Si tratta di Giovanni Chiaradia, 51 anni, Piero Francesco Chiaradia, 45, Salvatore Bonafede, 34, e Marco Bonafede, 26, tutti coriglianesi residenti nella contrada marina di Fabrizio. Il provvedimento di carcerazione preventiva era stato fondato sull’attività d’indagine compiuta attraverso l’installazione di due telecamere che ritraevano le abitazioni dei quattro arrestati ed attraverso le intercettazioni ambientali delle autovetture e dei telefoni in uso agli stessi, alle quali erano seguiti riscontri compiuti nell’ambito di numerosi servizi d’osservazione e di pedinamento. Un’attività investigativa durata cinque mesi, che ha permesso d’ipotizzare come nella frazione marina coriglianese vi fosse il predominio dei quattro arrestati nello spaccio di sostanze stupefacenti, che si concretizzava con modalità assodate e studiate per eludere i controlli delle forze dell’ordine. Le cessioni delle sostanze stupefacenti venivano infatti riprese dalle telecamere, in un contesto isolato e difficile da raggiungere qual è quello dove risiedono gl’indagati, le cui abitazioni sono ubicate in una zona rurale, con l’unica strada d’accesso al complesso residenziale presidiata da sentinelle che facilmente avvertivano del sopraggiungere d’auto o d’elementi sospetti. Gli arrestati, inoltre, secondo gl’inquirenti, utilizzavano una tecnica comprovata per la detenzione dello stupefacente, che veniva posizionato in luoghi facilmente raggiungibili dagl’indagati e sostanzialmente sotto il loro controllo, ma non all’interno delle loro abitazioni, quale per esempio un confinante cortile recintato con all’interno un cane da guardia, in modo da far risultare negativo qualsiasi controllo eventualmente effettuato da parte delle forze dell’ordine. Nel corso delle indagini sono stati sequestrati quantitativi di cocaina, eroina e marijuana.

 

Tutt’e quattro gli arrestati hanno affidato all’avvocato Pasquale Di Iacovo l’incarico di presentare ricorso contro l’ordinanza del gip Ciarcia. E, nel corso dell’udienza tenutasi lo scorso 31 ottobre dinanzi al Tribunale del Riesame di Catanzaro, il legale ha illustrato una serie d’elementi dai quali è emersa l’estraneità dei propri assistiti in relazione al tentato omicidio di Longobucco e l’insufficienza di prove del coinvolgimento di tutt’e quattro gli arrestati nell’ipotizzata attività di spaccio. I giudici catanzaresi, in parziale accoglimento della tesi difensiva avanzata dall’avvocato Di Iacovo, ha infatti annullato la misura cautelare in relazione all’accusa di tentato omicidio, confermandola per lo spaccio di sostanze stupefacenti. Nelle prossime settimane saranno rese note le motivazioni della decisione, avverso la quale il quartetto sicuramente presenterà ricorso in Cassazione.

 

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