Caro Giuseppe. Per cominciare ti formulo i miei più vivi complimenti per come scrivi: il “come” sottolinea che sei un ragazzo assennato oltre che riflessivo. Solo un appunto. Quando scrivi per esprimere una ed una sola sostanziale riflessione (perché non puoi certo negare che di quello si tratta), ti consiglio di non scrivere molto né moltissimo, cerca la giusta misura, perché corri il serio rischio d’essere letto fino a poche righe nel momento in cui un qualsiasi lettore (giovane o meno giovane) vede uno scritto enciclopedico avendo al contempo già ben compreso che si tratta d’una riflessione riferita a un dato argomento.

Non ho nulla da controbattere. Ho preso gli appunti che m’hai consigliato di prendere ed ho avviato la riflessione cui m’inviti. Un invito alla riflessione – da parte tua – me lo concedo pure io. E lo faccio a proposito delle “generalizzazioni” che m’imputi. Ecco, alla luce dei commenti da parte dei tuoi ex compagni di scuola (se non ho capito male tu sei già studente universitario), che, come me, hai avuto modo di leggere su Facebook, t’invito a riflettere sulla mia “generalizzazione”. E non mi riferisco alle forme grammaticali, ortografiche e sintattiche, bensì alla sostanza dei concetti che vi sono espressi. Per mia natura sono un ottimista, quindi spero che un giorno pure una sola rondine – come te – faccia primavera.

Ti saluto cordialmente, e, se e quando vorrai, t’invito al bar per prendere insieme un caffè.

Scrivimi: direttore@altrepagine.it 

 

«Caro Fabio, non scherzare mica, quel post era solo una piccola anticipazione, questa è la vera “lectio magistralis”, offerta gentilmente da un giovinotto qualunque di questo “paesotto provincialotto”, termine che a volte ami adoperare nei tuoi editoriali per descrivere Corigliano Rossano. Ti premetto che non sono qui a difendere alcunché, ho discusso con i miei stessi ex compagni di liceo sulle motivazioni della protesta, sulla quale sono totalmente in disaccordo, sono qui semplicemente a parlare del tuo articolo e del modo in cui ogni anno puntualmente ti relazioni con gli studenti, perché è importante parlare dei modi. Sono spesso “i modi” a rivoluzionare un contesto, un dialogo, il mondo.

 

Vedi, tu sei arrogante, questo è il problema di fondo. E io forse più di te probabilmente, perciò mi permetto da non-giornalista e ragazzino con il latte alla bocca a farti una bellissima ramanzina su come eserciti il tuo mestiere. Non ho nessun titolo per farlo, è questo il bello, cioè, chissenefrega, mi basta essere una persona dotata di volontà per riprenderti eticamente con garbo (dal mio punto di vista etico, ovviamente). La sfida che ti pongo infatti è questa: vedere se riesci a riflettere seriamente sulle parole di un signor nessuno. Se non mi ascolterai e risponderai semplicemente per controbattere, avrò dimostrato la mia tesi per la quale tu nella maggior parte dei casi ti cristallizzi sulle tue posizioni senza cedere mai nulla ad una prospettiva diversa dalla tua. Se dovessi invece leggere questo articolo con gusto e riflettere su qualche spunto che esso ti offre, avrò vinto lo stesso.

Allora, Fabio, siediti e prendi qualche appunto, magari potrebbe essere utile. Ah, troverai sicuramente qualche errore grammaticale, quando scrivo amo approfondire i concetti, piuttosto che le forme, però sono tranquillo, ci sei tu a difendere la lingua italiana mentre calpesti la dignità degli studenti coriglianesi. Scriverò per punti, con uno stile a metà fra la capretta e il docente, così cercherò di svolgere il doppio compito che oggi il destino m’ha assegnato: da una parte mantenere con orgoglio l’etichetta che mi hai addossato, dall’altra insegnarti qualcosa.

1) Leggere non significa ascoltare. Hai affermato che il fatto di aver risposto nel tuo ultimo articolo alla mia ingenua provocazione, smentisce di fatto la mia accusa di essere un ascoltatore poco attento. E no, Fabio, non funziona così, c’è differenza fra ascoltare una critica e leggerla semplicemente per poi potersi difendere. Lo dimostra il fatto che invece di rispondere nel merito delle accuse che ti ho lanciato (tendenza a generalizzare, ricerca dello scontro e dell’offesa, chiusura a prospettive diverse dalla tua ecc.) ti sei semplicemente riparato con un artificio retorico che mi ha tanto ricordato i giochetti più scontati dei sofisti dell’antica Grecia.

2) La famosa “saggezza del nonno” – “Questa gioventù è guasta fino in fondo al cuore. Non sarà mai come quella di una volta. Quella di oggi non sarà capace di conservare la nostra cultura…” (Scritta ritrovata tra in una cava di argilla tra le rovine di Babilonia, risale probabilmente a 3000 anni fa) – “Non ho più speranza alcuna per l’avvenire del nostro paese, se la gioventù d’oggi prenderà domani il comando, perché è una gioventù senza ritegno e pericolosa.” (Esidio, poeta greco, 2750 anni fa) – “I giovani moderni sono vanitosi, senza pudore, e infermati.” (Giovanni Boccaccio, 650 anni fa). Ah, la generazione che Boccaccio critica nel “Commento alla Divina Commedia” è stata quella che poi ha gettato le basi per il Rinascimento…ma sono particolari questi. Cosa voglio dirti con queste citazioni? Una cosa molto semplice: la retorica anti-giovanile è vecchia come il cucco (proprio come quella anti-vecchiaia), è una costante nella storia dell’uomo, qualsiasi generazione si è lamentata di quella successiva, il “si stava meglio prima” è nato sia prima dell’uovo sia della gallina. Capirai dunque da solo che è cosa abbastanza banale fare queste solite critiche trite e ritrite dove si scopre che i ‘gggiovani hanno poca voglia di studiare, sono vagabondi, non sanno fare niente, puzzano, si grattano le “zichille” eccetera eccetera eccetera. Perché non proviamo ad alzare un po’ il livello, Fabiù? Dannazione, ti poni come intellettuale, ma non credo stupiresti un qualche altro intellettuale con questi scarsi luoghi comuni, non riesci a stupire una capra, figurati… altrimenti a cosa serve il Sacro Studio che inneggi? Ad ammassare qualche nozioncina come se fossimo degli armadietti?

3) Il vizio della generalizzazione. Davvero non riesci ad ammettere di aver generalizzato un po’ troppo, Fabiù? Ma se io dico che tutti i giornalisti sono dei venduti asserviti al potere, tu non te la prendi un po’ a male? Cioè, a volte anche tu ti perdi in cazzate, tipo l’articolo sul maiale in Piazza del Popolo, quello sul “fantasma di Cozzo Giardino”, o anche l’altro dove critichi la Scutellà perché non ha superato l’esame, per non parlare di quello delle “signore che andavano a caccia di neri”, ah no aspetta, quello è “giornalismo pop”…aridaje Fabiù. Hai scritto e continui a scrivere editoriali molto importanti, io ti leggo spesso con piacere, però ogni tanto anche tu, da essere umano quale sei, spari un po’ di cose a caso. Per carità, è difficile scrivere tutti i giorni sempre con la stessa intensità, perciò non mi permetto di dire che sei un cazzone, perché bisogna cercare di valutare con delicatezza e con occhio più largo possibile il lavoro di qualcuno, così come non ti puoi permettere di dare delle capre a studenti di cui non conosci neanche l’operato complessivo, tutto qui. Non sempre la provocazione è la via giusta, pensa cosa accadrebbe se tutti scrivessero come te ogni giorno sui blog e sui social. Ah, ma poi me lo spieghi questo fatto che ti preoccupi degli studenti una volta all’anno, cioè proprio quando ti fa comodo criticarli per fare qualche visualizzazione sul tuo sito?

4) Il pericoloso classismo implicito. Replicando nel tuo ultimo articolo ad una certa Serena hai sottolineato le sue incapacità grammaticali. Innanzitutto, è molto furbesco da parte tua selezionare fra i tanti commenti che ti sono arrivati in queste ore proprio quello che ti permette di generalizzare la tua già poco convincente tesi (studenti coriglianesi = capre). Inoltre, hai aggirato la questione colpendo sul personale una ragazza quando si parlava di tutt’altro, questa è davvero una cosa triste umanamente, oltre che giornalisticamente, Fabiù. La tua dialettica nasconde forse velatamente un malsano classismo obsoleto? Quella convinzione un po’ passata dove “i nobili” hanno più diritto a parlare di chi magari ha meno strumenti culturali? Io non credo tu possa addirittura pensare questo, però buh, fai attenzione a quello che fai trasparire magari involontariamente.

5) L’inutilità dello scontro e dei muri. Porre sul tavolo delle questioni e delle problematiche è importante, e tu lo fai quotidianamente, ma “il modo” lo è ancora di più. È concepibile che tu non condivida la manifestazione degli studenti, ma credi davvero che provocarli in questo modo possa servire a qualcosa? No. Ci siamo semplicemente scannati sui social e non abbiamo risolto nulla. Non ci siamo arricchiti né abbiamo riflettuto seriamente sulle tematiche in ballo. Insegnare l’arte del dialogo sano e costruttivo è il primo passo verso una società migliore, oppure vuoi davvero farci credere che basti denunciare qualcosa con aggressività da un blog per migliorare il mondo? Insulto chiama insulto, provocazione chiama provocazione, muro chiama muro. Bene, questi erano i miei 5 piccoli spunti, ti chiedo di non ringraziarmi per questa lezione improvvisata, davvero. Se tu mi ringraziassi mi legittimeresti come insegnante impeccabile, e io invece ci tengo a restare un po’ capretta, perché questa condizione di non sapere mi permette di tendere ogni giorno al sapere stesso. È molto più bella la sensazione di togliersi le catene in un processo interminabile piuttosto che sentirsi arrivati. Io spero di mantenere sempre questa consapevolezza di ignoranza per poter continuare ad imparare, da chiunque, anche da te. È pero mio dovere concludere questo esercizio di cattedra con due domande da lasciarti come compito a casa e con un piccolo aforisma che magari potrà stimolare qualche tua ricerca o studio personale.

Domanda 1: dato che in alcuni momenti sembra che il gregge dei comuni mortali ti faccia schifo, però allo stesso tempo ogni giorno ti sforzi di far venire a galla situazioni spinose per il bene comune, tu perché scrivi Fabio? Perché a volte sembra davvero che tu scriva e basta, sembra che tu scriva per te stesso. È così? Oppure no? Perché scrivi, Fabio?

Domanda 2: un annetto fa hai fatto un’intervista a te stesso dove scrivevi: “Rivoluzione è la parola che mi piace di più, che m’affascina da quando ho cominciato a leggere ed a sfogliare il dizionario, perché essa sconfina in un modo bellissimo dalle definizioni e dai pochi significati che qualsivoglia dizionario ne dia o ne elenchi.” È molto affascinante questa affermazione (tant’è che dopo un anno me la sono ricordata), ma riusciresti a dare anche una definizione più concreta della parola “rivoluzione”, Fabio? C’è davvero un altro modo di cambiare la società se non attraverso il contributo dei giovani?

Aforisma da annotare: “Io sono uno studioso e sento tutta la sete di conoscere ciò che può conoscere un uomo. Vi fu un tempo nel quale io credetti che questo costituisse tutto il valore dell’umanità; allora io disprezzavo il popolo che è ignorante. È Rousseau che mi ha disingannato. Quella superiorità illusoria è svanita; ho imparato che la scienza per sé è inutile se non serve a valorizzare l’umanità.” (Immanuel Kant da ‘Fragmente aus dem Nachlass’) Giuseppe Fusaro».

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