Giusto un mese fa, presso il Policlinico di Bari, moriva Domenico Sposato, 59 anni, di Corigliano Rossano, operaio idraulico. Ha lasciato la moglie ed un figlio, oltre agli altri suoi familiari ed alle persone che lo conoscevano e gli volevano bene. La causa della sua prematura morte non è dissimile a quella di decine e decine – che fanno diverse centinaia e forse pure alcune migliaia – di cittadini residenti nei numerosi Comuni del vasto comprensorio della Sibaritide, stroncati da varie forme di neoplasie.

Tumore, cancro – per essere meno indelicati “male oscuro” o “male incurabile” – cambiando l’ordine dei fattori o l’onomastica il risultato non cambia. Qui di questo ci s’ammala e nella stragrande maggioranza dei casi si muore. E qui di questo si muore davvero assai, decisamente troppo.

Domenico era stato trasportato d’urgenza al Policlinico del capoluogo pugliese dopo che, appena due settimane prima, avvertendo un malessere aveva fatto ricorso alle cure dei sanitari del Pronto soccorso dell’ospedale “Guido Compagna” di Corigliano Rossano che unitamente al “Nicola Giannettasio” costituisce un cosiddetto ospedale spoke (raggio). Già, una parola anglofona il cui significato – qui – si traduce in un unico modo: qui – di sanità – non è rimasto un emerito cazzo perché depredata dalla politica e dalle incompetenti “dirigenze” da essa stabilitevi a seconda dei colori del potere, che v’hanno banchettato insieme ingrassando come maiali a suon di mazzette ed alla faccia tanto dei cittadini-utenti quanto di quelle ottime professionalità mediche, paramediche ed amministrative che pur vi si possono trovare all’interno delle strutture ospedaliere e sanitarie. Riducendo ad un ossicino oramai consumatissimo i budget, le strumentazioni – quasi sempre da “ospedali da campo” in teatri di guerra e di fame nel mondo – ed il personale sanitario e non, e facendo al contempo lievitare a malamorte la spesa privata per un diritto annoverato dalla Costituzione della Repubblica Italiana, il diritto alla salute appunto, in uno Stato che da anni ed anni oramai disconosce completamente un’altra parola anglofona, welfare (sociale) su cui dovrebbe basarsi lo stesso Stato e per sua stessa Costituzione. Un discorso lungo e complesso questo, su cui certamente non mancheremo di tornare al più presto e in modo più specifico.

Ora però dobbiamo parlare di Domenico, che potremmo chiamare pure Antonio, Giuseppe, Maria o Lucia, in quel lunghissimo rosario di nomi e di morti di cancro che ogni giorno nei Comuni della Sibaritide vede celebrarsi almeno un funerale. E il perché ce lo spiega la sorella di Domenico, la signora Antonella Sposato (foto): «I medici del Policlinico di Bari dove mio fratello è morto d’un cancro fulminante ai polmoni dopo appena due settimane dal ricovero, ci hanno detto in modo chiaro e tondo che, nonostante egli fosse fumatore, aveva contratto il male a causa dell’aspirazione di polveri sottili probabilmente d’eternit amianto o d’altri materiali fortemente cancerogeni, aspirate con ogni probabilità nei pressi di qualche posto in cui ha lavorato nei suoi ultimi mesi di vita».

Già. Perché fossero solo e soltanto le carenze sanitarie il problema in questa terra voluta bella da Dio ma maledetta dagli uomini. Qui, infatti, sono anni che, a dispetto di precise norme di legge al riguardo, non si censiscono, ad esempio, le coperture di palazzine e palazzine composte di quei materiali da molto tempo oramai al bando, per non parlare dei tanti capannoni dismessi di cui l’intero vasto territorio è disseminatissimo. Da qui l’appello di Antonella: «Le Istituzioni pubbliche deputate ad amministrare il territorio e a tutelare i cittadini che qui risiedono e vivono, tutte, a qualsiasi livello, intervengano subito e con efficacia, e se non dovessero farlo intervenga coercitivamente la magistratura: qui non possiamo continuare a morire per il solo fatto di respirare!».

 

 

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