Oggi l’informazione – si sa – corre velocissima sul web ed attraverso i social network viene commentata praticamente in tempo reale sugli stessi eventi da parte di migliaia e migliaia d’utenti. È prassi oramai consolidata. E chi come noi fa informazione deve stare al passo anche col mondo social, ovviamente. Leggiamo, perciò, le miriadi di commenti che compaiono in particolare su Facebook ed ancora più in particolare sulle pagine Facebook dei nostri siti d’informazione locale, strapubbliche e con migliaia e migliaia di Mi piace da parte delle migliaia e migliaia d’utenti che le consultano ogni giorno e tantissime volte al giorno soprattutto attraverso gli smartphones.

In queste ultime settimane non potevano certo sfuggire alla nostra attenta attenzione i commenti social su quelli che sono stati certamente i due più importanti fatti di cronaca locale, vale a dire il plateale omicidio di ‘ndrangheta in quel di Villapiana che ha visto cadere sotto il fuoco ed il piombo d’un kalashnikov il boss Leonardo Portoraro, ed il tragico investimento, nel territorio della Città di Corigliano Rossano, del giovanissimo ciclista africano travolto ed ucciso lungo la Statale 106 jonica dall’auto senz’assicurazione guidata da un pirata della strada giovane e italiano, del posto, drogato, il quale se l’era data “a gambe” sfrecciando via con l’auto dal luogo dell’incidente rivelatosi mortale, sfuggendo dalle proprie responsabilità, occultando poi le prove di quelle stesse responsabilità con l’aiuto d’alcuni familiari, salvo essere magistralmente smascherato da parte dei carabinieri in meno di ventiquattr’ore.

Sull’omicidio Portoraro abbiamo letto pochi, pochissimi cuor di leone e man di tastiera. Perché l’omertà qui ha sempre regnato e continua a regnare pure nei tempi dell’impero social. D’altronde, se persino il mondo politico e sociale locale – fatta salva qualche rarissima eccezione – non ha proferito verbo alcuno, “perché mai dovrei farlo proprio io che sono un privato cittadino?!”. E già. Qualcuno però ha commentato eccome, offrendo alla propria platea social ottimi spunti non solo di riflessione ma pure d’azione contro la ‘ndrangheta. Peccato che essi siano stati colti soltanto da qualcun altro composto dalla stessa tempra, mentre tutti gli altri continuavano a commentare Le frasi di Osho. È l’apoteosi del “tengo famiglia” che domina le migliaia e migliaia di ego locali e che al contempo da sempre permette la dominazione politica, economica e sociale locale da parte di Mamma ‘ndrangheta.

Il discorso non cambia d’una virgola quando invece la notizia è la morte dell’appena diciannovenne Banna Jallow, africano del Gambia e rifugiato politico qui in Italia, qui da noi a Corigliano Rossano. Dei pochi sensibili commentatori gran parte s’è limitata all’ovvio e quasi insignificante acronimo Rip tanto in voga tra gl’internauti cristiano-cattolici. Già, ma pensiamo giusto un attimo la stessa notizia ipoteticamente a parti invertite. Sì, proprio così: e se fosse stato il giovane invasore africano alcolizzato o drogato o entrambe le cose ad investire e ad uccidere un nostro bravo figliolo? La nostra esperienza social ci fa rispondere all’amletico dubbio senza dubbio alcuno. Ne avremmo letti a migliaia e migliaia di commenti, dei quali, senz’averli mai letti, conosciamo bene il tenore. No: non è vero che non li abbiamo letti. Li abbiamo letti eccome, e da ultimo proprio in queste ultime settimane quando un polacco ubriaco alla guida e senz’assicurazione ha investito e mandato in ospedale per un mese una signora italiana, un’insegnante della nostra comunità che attraversava la strada sulle strisce pedonali in quel della Marina di Schiavonea. O no?!                     

 

 

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