Michele, 38 anni, era di Massafra, in provincia di Taranto. Ha deciso di porre fine alla sua vita tragicamente, impiccandosi nella cella del carcere tarantino ov’era recluso. Su di lui pendevano le accuse di stalking e violenza domestica per una vicenda amorosa che l’aveva visto sentimentalmente legato ad una giovane donna di Corigliano. Era ancora sotto processo.

Il 38enne, inizialmente ai domiciliari a casa dei propri genitori, aveva già tentato per quattro volte il suicidio, provocandosi lesioni con un coltello. Mandato all’ospedale di Taranto, aveva ritentato nuovamente il suicidio, fino al tragico epilogo di qualche giorno fa, quando è stato trovato impiccato nella cella d’isolamento del penitenziario jonico, dopo aver legato un cappio alle sbarre della finestra. L’unico agente in servizio in sezione l’ha trovato moribondo, ha tentato di salvarlo e l’ha portato in ospedale. Dov’è morto qualche ora dopo, nella sala di rianimazione. Lo stesso ospedale dove soltanto il giorno prima aveva tentato il suicidio e dove aveva commesso il reato che l’ha portato in carcere e alla morte: minacce con siringhe e materiale infermieristico ad infermieri e pubblici ufficiali intervenuti. E Michele era già ai domiciliari per violenza domestica. S’era recato in Pronto soccorso, e, dopo una fila estenuante, aveva dato in escandescenze, aveva minacciato i presenti, s’era chiuso in una stanza ed aveva tentato il suicidio iniettandosi dei farmaci. Le forze di polizia erano riuscite a bloccarlo ed avevano immediatamente esposto denuncia. Era stato arrestato seduta stante, condotto in carcere e collocato in isolamento. E in quella cella s’è ammazzato. Questa volta riuscendoci.

Una vicenda tragica che è cominciata e s’è conclusa in un giorno. Con la morte d’un ragazzo che forse poteva essere salvato. Nelle mani dello Stato. Della sanità. Dei servizi sociali. La pena detentiva comune era la più indicata per lui? Certamente non lo era, ma qualcuno se l’è chiesto? Qualcuno, oltre a preoccuparsi dell’incolumità delle vittime, ha preso in considerazione quella del colpevole? Doveva andare in carcere senza vigilanza quella notte? Visti i riconosciuti problemi psichiatrici, perché non era in custodia – come prevede la legge – presso una “Rems”, una delle comunità terapeutiche sanitarie nate a seguito della chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari?

 

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