Spesso mi capita di guardare alle cose della politica locale con un certo snobismo. Fino a un po’ di giorni fa pure sulla proposta fusione dei Comuni di Corigliano Calabro e di Rossano in un comune unico.

E pur seguendo con attenzione la campagna elettorale in vista del Referendum popolare consultivo di domenica prossima e il relativo dibattito, in corso oramai da svariati mesi. L’ammetto: a volte – e questo è uno dei casi – quel naturale approccio snobistico verso le sempiterne irrisolte questioni politiche territoriali è un errore. Che bisogna correggere. Perché qui, quando ad un giornalista capita d’essere fermato per strada, al bar, nel supermercato, al rifornimento carburante, dal barbiere, in un ufficio pubblico e in altri più disparati posti forse più di quanto possa capitare ad un politico per la richiesta d’una raccomandazione o d’un posto di lavoro, e d’essere fermato per sapere «cosa ne pensa della fusione», vuol dire che stavolta la “cosa” ha avuto una penetrazione sociale sulla quale non avrei scommesso granchè. E ho dialogato, esprimendo il mio pensiero e sottolineando la mia non appartenenza alle fazioni attualmente nell’agone della campagna referendaria. Ho avuto modo di percepire come ognuno dei miei interlocutori (tutti soggetti non catalogabili tra “gli addetti ai lavori” rappresentanti politica, imprenditoria, sindacati, categorie produttive, professionali et similia) abbia maturato in proposito una propria idea, in taluni casi un vero e proprio “credo”, spesso affatto influenzato dalle “parole d’ordine” delle due fazioni e dei vari capifazione. Il risultato? Un popolo diviso. Soprattutto a Corigliano Calabro. Ma pure a Rossano, anche se in minore misura. E un popolo diviso è un grave danno, gravissimo danno, la cui responsabilità grava sul capo di taluni.

Già, perché qualunque sarà il risultato del Referendum popolare consultivo di domenica, il popolo di Corigliano Calabro e di Rossano è stato diviso. E resterà colpevolmente e suo malgrado diviso per decenni. Se prevarrà il “Sì”, in molti continueranno a recriminare d’essere stati “annessi” e non si riconosceranno mai nel comune unico. Se prevarrà il “No”, i propugnatori della fusione continueranno a recriminare la perdita d’un “treno in corsa” verso il progresso dei due attuali comuni e del territorio circostante, sì perché nel fronte del “Sì” s’annovera persino l’attivissima iperpresenza in ogni dove di Corigliano Calabro e di Rossano d’alcuni che sulla “cosa” neppure hanno il diritto di voto! Si tratta, ovviamente, di politicanti e di professionisti novelli mestieranti e cortigiani del loro attuale onnipotente di turno, residenti in svariati comuni del Basso Jonio e dell’entroterra rossanese. Dell’Alto Jonio e dell’entroterra coriglianese – per la cronaca – neppure l’ombra di nessuno. I propugnatori della fusione Corigliano Calabro-Rossano – idea progettuale potenzialmente progressista, forse rivoluzionaria, per me davvero affascinante – hanno sbagliato tutto. Hanno miseramente fallito nella “missione” cui si sono messi a capo. Non l’hanno fatta diventare popolare. Anzi, in larga parte l’hanno resa impopolare. Una “cosa” nata istituzionalmente in seno ai due consigli comunali, anziché continuare ad unire due popolazioni, due società già da anni sociologicamente unite sotto molteplici aspetti, ha creato un’enorme frattura sociale, speriamo non irreparabile. I popoli di Corigliano Calabro e di Rossano, oggi – 17 ottobre 2017 – hanno preso le distanze gli uni gli altri. Altro che cazzi e mazzi che raccontano taluni soliti noti della propaganda a bassissimo costo!

Le responsabilità evidenti ed oggettive della divisione delle due popolazioni – della divisione del popolo di Corigliano Calabro e Rossano – gravano in capo all’irresponsabilità politica, civica e personale del consigliere regionale Giuseppe Graziano, dell’ex assessore regionale ed ex parlamentare Giovanni Dima, dell’avvocato Amerigo Minnicelli. Di cui sono rimasti vittime – per loro oggettiva incapacità ed inconsistenza politiche – gli attuali sindaci di Corigliano Calabro e di Rossano, Giuseppe Geraci e Stefano Mascaro. Assolutamente incapace il primo, assente verosimilmente perchè sindaco “fantoccio” il secondo.

Retoricamente, allora, m’interrogo: se un esito maggioritario ma affatto univoco del Referendum popolare consultivo sul “Sì” facesse “abortire” nella preposta sede istituzionale del Consiglio regionale la proposta fusione dei due Comuni, quale sarà la natura degli oramai storici, necessari ed oggi imprescindibili rapporti istituzionali tra i due Comuni? Non quelli all’ora del caffè, ma quelli sul piano della concreta politica territoriale, e, dunque, sociale. Lo stesso interrogativo vale con maggior forza se dovesse prevalere il “No”.

Ecco perché Graziano, Dima, Minnicelli e gli altri al loro seguito avrebbero dovuto tirare il freno d’emergenza a questo treno in corsa sì, ma verso il muro. Quel muro che già si vede nitido all’altezza del torrente Cino.

 

 

 

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