Trascorrere a malapena una ventina di minuti nella piantoneria d’una caserma dei carabinieri (nella foto la sede della Compagnia di Corigliano Calabro) dà l’indice di quanta domanda di giustizia – concetto che in alcuni casi non dev’essere inteso necessariamente come giuridicamente penale – vi possa quotidianamente essere nella Sibaritide. Tanta, tantissima. Arriva un signore sulla settantina d’anni, sentiamo che vive in una zona di campagna non molto distante dalla frazione Scalo di Corigliano Calabro, il quale come “ultima spiaggia” sceglie di rivolgersi ai carabinieri per palesare – per l’ennesima volta – il proprio problema. Che è diventato il proprio tormento.

Proprio davanti alla sua isolata abitazione, racconta, vi sono ben quindici cani randagi che egli non riesce a sfamare. Dice che per segnalare il “caso” si sarebbe rivolto dapprima ai vigili urbani. Non avendo sortito alcun effetto avrebbe deciso di rivolgersi direttamente agli uffici del Comune, dove sarebbe stato “rimpallato” tra funzionari ed impiegati vari. Senza alcun tipo d’esito pratico. Senza perdersi d’animo e fiducioso di poter contare sull’aiuto delle istituzioni locali, sarebbe stato consigliato da qualcuno di rivolgersi all’assessora comunale con delega alla Tutela degli animali, Marisa Chiurco, e racconta d’averle telefonato una quindicina di volte. Una per ogni cane. Ma ancora nulla, nulla di nulla. E la cosa un po’ ci sorprende, considerato il notorio ed ostentato amore verso i cani da parte dell’assessora. Che altro fare? I carabinieri, raccolta la segnalazione orale, possono “girarla” nuovamente agi uffici comunali di competenza o all’assessora. E come nel gioco dell’oca – in questo caso del cane, o dei quindici cani – il giro potrebbe riprendere daccapo.

Con la caserma pronta ad accogliere un’altra – stavolta drammatica – richiesta d’aiuto. Sono in cinque, tutte donne, tutte straniere, forse di nazionalità rumena, tutte dall’aspetto molto trasandato. Raccontano, nel loro italiano stentato ma utile a farsi comprendere, d’aver lavorato alla giornata nella raccolta dei prodotti d’un grande campo coltivato ad ortaggi. Ed accusano “la signora” – la titolare dell’azienda agricola, o magari la “caporala” – d’aver rifiutato loro la paga. E d’averle persino minacciate.

Fossimo rimasti soltanto un’altra mezz’ora, siamo certi che avremmo potuto allungare – e di molto – questa cronaca. Che, ne siamo altrettanto certi, non stupirà nessuno – perchè oramai qui non ci si stupisce più d’alcunchè – e non sortirà alcun effetto laddove dovrebbe al contrario sortirlo. Ma il nostro insopprimibile dovere di cronaca c’impone d’esercitare il relativo diritto, di cronaca. Perché un cronista è un cronista e non è mai fuori servizio. Ed ha l’obbligo professionale, deontologico, di raccontare ciò che d’indubbio interesse pubblico vede e sente.    

 

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