Il giornalista invisibile. Eppure – fino a qualche anno fa – per essere visibile era visibilissimo dal momento che imperversava in lungo e in largo per le strade di Corigliano Calabro e della Sibaritide. Corigliano l’ha visto nascere e crescere in una famiglia perbene e socialmente stimatissima: il padre, insegnante oggi in pensione, scrittore e fine uomo di cultura, nei primi anni Novanta è stato pure sindaco.

Ma dal 2010, Fabio Pistoia (foto), 35 anni, già collaboratore di varie testate locali, non calca più né strade né scene di qualsiasi tipo perché “braccato” da alcune centinaia di suoi concittadini e conterranei che dallo stesso avrebbero subìto un’infinitesima serie di raggiri ed ai quali avrebbe truffato consistenti cifre di denaro, complessivamente – pare – circa 400 mila euro.

“Soltanto” in 45, però, decisero di denunciarlo in quell’anno per lui “grasso” quanto infausto per le cronache che “paradossalmente” lo riguardarono in relazione all’inchiesta giudiziaria avviata. E su tali e tante denunce la Procura e il Tribunale di Castrovillari hanno poi imbastito il processo, durato ben tre anni. Fino alla condanna, giunta stasera ed inflittagli dal giudice monocratico Annamaria Grimaldi. Che l’ha riconosciuto colpevole di truffa aggravata e continuata ai danni delle vittime costituitesi in giudizio quali parti civili. Un anno e mezzo di reclusione (pena sospesa) la condanna.

Precisa e puntuale la requisitoria pronunciata nella tarda mattinata odierna da parte del pubblico ministero d’udienza, Raffaella Mancini, la quale ha minuziosamente ricostruito la vicenda, anzi le molteplici vicende truffaldine del giornalista coriglianese. Il quale – pure secondo il giudice che l’ha condannato – architettò quel millantato “Progetto “Comunicando” finanziato dall’Unione Europea e dall’Università della Calabria”, destinato a “sfornare” giornalisti a iosa tra giovani e meno giovani, laureati e/o meno, soprattutto tra i coriglianesi. 

Un paese di 40 mila abitanti destinato praticamente e molto facilmente a diventare la “capitale europea dei giornalisti”. Come? Semplicemente sborsando “quote” da mille euro l’una per iscriversi al fantomatico “progetto” di Pistoia, legale rappresentante della società “Pegasus di Fabio Pistoia & C. S.a.s.”. E vi fu chi di queste quote ne fece davvero incetta. Come il caso d’uno stimatissimo insegnante in pensione – tra l’altro giornalista e scrittore – che ne “acquistò” per ben 39 mila euro, oppure quello d’un noto medico che se ne fece “prescrivere” per 10 mila. Altri ne sottoscrissero chi per 5, chi per 3, chi per 2, chi limitò invece la propria “spesa giornalistica” alla soglia della quota minima di mille euro. Versati contanti ed assegni nelle mani del principe del giornalismo truffaldino e firmata l’improbabile documentazione del “progetto Pistoia”, il giornalista spariva dalla circolazione e dalla vista della propria vittima di turno e non rispondeva alle sospettose telefonate di “reclamo” che tra la primavera del 2009 e quella dell’anno successivo cominciavano a diventare decine, poi centinaia. Fin quando il “nostro” non decise d’autodenunciarsi ai carabinieri, dichiarandosi a sua volta vittima di persone risultate frutto della propria ingegnosa fantasia e chiamando in correità altri due coriglianesi, Emanuele Forciniti, di 36 anni, ed Alessio Fiorentino, di 37. Imputati entrambi per concorso nel processo-Pistoia, ma assolti dal giudice per non avere commesso il fatto, anzi i fatti.

Dal 2010 in avanti di Fabio Pistoia a Corigliano e nella Sibaritide aleggia soltanto l’ombra delle proprie scorribande dei suoi anni d’oro – oggi ritenute truffaldine – e qualche articoletto firmato di tanto in tanto su alcuni blog locali. Qualche tempo dopo le scorribande locali, il “nostro” ha fatto parlare di sé – allo stesso modo – pure nelle cronache di Roma. Figura nei guai giudiziari, infatti – e per fatti dello stesso tenore – pure presso la Procura e il Tribunale capitolini.

Nel processo di Castrovillari, Fabio Pistoia è stato difeso dall’avvocato Antonietta Pizza. I due coriglianesi assolti, invece, dagli avvocati Francesco Pinto ed Antonio Fusaro. Le parti civili in giudizio sono state rappresentate dagli avvocati Andrea Salcina, Mario Elmo, Giuseppe Falbo, Nicola Gallo, Natale Morrone, Santo Servidio, Vincenzo Renzo e Giuseppe Vena.

Per i risarcimenti nei loro confronti, il giudice ha disposto di doversi procedere in separata sede di giudizio civile. 

 

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