L’assessore comunale al bar. Entra, forse consuma un caffè e scambia qualche battuta con gli altri avventori. Poco dopo ne esce, col telefonino all’orecchio. Parla ad alta voce con “Giuseppe”. Pure un bambino capirebbe che parla con Giuseppe Geraci, il sindaco di Corigliano Calabro, il suo sindaco. Il tono si fa acceso e l’orecchio indiscreto del cronista – in auto ed invisibile al telefonista – si drizza.

«Se vuoi che me ne vada mi devi cacciare tu Giusè, perché io non me ne vado, non mi dimetto, ma sappi che se mi cacci quella lì la sputtano, la faccio arrestare». Parole grosse, verbi come macigni. Lui è un assessore importante, il più importante, in giunta sin dalla prima ora. Tra lui e Geraci – gli ambienti municipali di Palazzo Garopoli ce lo dicono da tempo – l’idillìo sarebbe finito verso la fine dello scorso mese d’aprile. E da allora tra i due vi sarebbe una sotterranea guerra. Che la telefonata di qualche giorno fa rivela prepotentemente. Con elementi che riconducono a più che ipotetici ricatti di tipo politico.

«Quella lì» in realtà è un’assessora, una collega di giunta del telefonista improvvido. Che ne fa nome e cognome, nella propria insolita veste di “pentito” che a Geraci gliele canta, ma che non “canta”. Perché il cronista non capisce il motivo per cui potrebbe addirittura farla arrestare.

Fatto sta che a Palazzo Garopoli tutto resta immobile in questi caldi giorni d’agosto, nulla si muove. Nessuna “cacciata” e tantomeno dimissioni, ma su quest’ultimo aspetto l’improvvido assessore al telefono era stato chiaro chiaro e tondo tondo. Al cronista ed ai lettori resterà un dubbio, ma la certezza che nella giunta coriglianese del sindaco Geraci molto più di qualcosa non quadri affatto. A dispetto di ciò che magari nelle prossime ore dichiareranno unanimemente con amorevoli parole tra loro stessi e coi soliti epiteti rivolti al cronista.

I panni sporchi si lavano in casa recita il vecchio e sempreverde adagio, e non sarà certo colpa delle involontarie orecchie del cronista se qualcuno contravvenendo all’imperativo di quel detto per una volta li ha lavati davanti al bar. 

 

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