È da poco passata la mezzanotte, ho trascorso pomeriggio e serata alla prima seduta del nuovo Consiglio comunale di Rossano, non ho cenato e non ho intenzione di farlo. Ho una priorità: devo scrivere, tanto per cambiare. Devo scrivere perché sono un giornalista. E stanotte devo confessare d’avere commesso un omicidio. Sì, avete capito bene: sono un assassino.

Lo sono perché sono di Corigliano Calabro, dove risiedo e vivo. E da qui faccio appello alle forze dell’ordine: venite a prendermi, ammanettatemi e portatemi in carcere. Non c’è Consiglio comunale di Rossano o d’altro luogo che tenga, stanotte, in questo maledettissimo angolo di Calabria, “caro” sindaco di Corigliano Calabro, “signor” Giuseppe Geraci. Perché sono un giornalista che dirige un giornale vero, io, che non scrive su quelli che è abituato a leggere, lei, praticamente scritti dal suo ufficio stampa. Che ieri pomeriggio ha dato notizia d’un minorenne d’origine africana morto annegato in mare per un malore qui a Corigliano Calabro. Faccia rettificare quella notizia “caro” mio “signor” sindaco. Sì, perché quel ragazzino l’ho ammazzato io, altro che malore! Io che scrivendo stanotte le domando, “caro” mio “signor” sindaco, se quando verranno a prendermi e ad ammanettarmi posso chiamarla al telefono per domandarle di fare compagnia ad un assassino nella benedetta sia la cella cui egli sarà destinato. Ma glielo domanderò, “caro”  mio “signor” sindaco, solo e soltanto se lei mi confesserà d’essere un assassino, proprio come me. Né più né meno, “caro” mio “signor” sindaco. Perché ieri pomeriggio io ho ammazzato quel minorenne africano che le leggi del nostro Stato avevano affidato proprio a lei. E che lei aveva affidato ad una cooperativa sociale i cui operatori dovevano accudirlo all’interno del Palazzetto dello Sport di contrada Brillìa.

Ebbene, quel ragazzino che era giunto fin qui da noi via mare, sbarcato alcuni giorni addietro nel nostro porto, io l’ho rapito, l’ho prelevato dal Palazzetto e l’ho condotto lì, sulla nostra spiaggia affollata di questi giorni, a Schiavonea, davanti al nostro mare. Che ho voluto sporcare del suo sangue, ammazzandolo senza alcuna pietà “caro” mio “signor” sindaco. E sa perché l’ho fatto? Per dare una risposta concreta, esemplare, a quei nostri concittadini assolutamente onesti e giammai assassini, che in questi caldi giorni di luglio hanno affollato le pagine web del blog cittadino ed il social network di Facebook con centinaia di messaggi carichi d’umanità laica e di cristiana carità. Io non so come la pensa lei, “caro”  mio “signor” sindaco, ma io non la penso come loro. Sentivo dentro di me di doverlo ammazzare quel ragazzo. E l’ho ammazzato. Per non farlo mai diventare un uomo di merda, come me. Non spenga il telefono stanotte, “caro” mio “signor” sindaco: potrei chiamarla da un momento all’altro.   

 

 

 

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