Sì: ti ci devi rompere personalmente la testa. Anni – tanti – di cronaca, fatti, notizie, confidenze a volte non riportate nero su bianco per opportunità e – diciamocelo francamente – a volte per opportunismo. Di formali richieste di Giustizia mai andate a buon fine ne conosciamo un pò e potremmo raccontarvele una ad una fin nei minimi dettagli, credeteci. Ma i protagonisti, stanchi, stremati e – diciamocelo altrettanto francamente – sfiduciati nei confronti della Giustizia, per motivi d’opportunità e d’opportunismo potrebbero puntarci il dito contro attaccando col solito ritornello rivolto al giornalista: «Fatti i fatti tuoi». Già. Stavolta ci facciamo proprio e soltanto i fatti nostri.

Succede che a novembre la madre d’un giornalista piuttosto esposto riceve sul proprio telefono cellulare una chiamata con numero “coperto” da un uomo che si presenta come «agente di Polizia» e le riferisce che «la Polizia ha arrestato suo figlio perché ha rinvenuto droga nell’abitacolo della sua autovettura». Le forze dell’ordine non chiamano le madri degli arrestati per comunicare loro d’avere ammanettato i figli. Ma la madre del nostro giornalista queste cose non le sa né se ne intende neppure per sola vaga idea. Fortunatamente alla madre del nostro giornalista – noto in tutti gli ambienti investigativi locali come spacciatore e persino consumatore incallito di notizie – non succede che le prende un colpo al cuore, ma si concede una sonora risata con l’anonimo interlocutore cui riattacca l’apparecchio. Succede ovviamente che il fatto viene immediatamente denunciato con preoccupazione ed apprensione. 

Una minaccia velata? Sta alla Giustizia – cui madre e figlio si sono rivolti con immutata fiducia – di venirne a capo. Di certo c’è un reato di molestia telefonica, dal momento che è appurato non si tratti d’uno scherzo, benché volgare e potenzialmente pericoloso per quanto avrebbe potuto provocare in quei pochi secondi di monologo telefonico. La denuncia passa dalle mani d’un ufficiale di polizia giudiziaria a quelle d’un sostituto procuratore della Repubblica.

Ci vorranno mesi d’attesa – purtroppo – perché venga effettuato ciò che quando sarà il suo turno e il suo momento s’effettua in meno d’una mezza giornata: l’acquisizione d’un tabulato telefonico. Siamo a maggio. Finalmente si conosce e si scopre il numero “coperto” in novembre. A chiamare – almeno in apparenza – non fu né un capo-‘ndrangheta né un reggipanza né un colletto bianco in odor di malaffare. Chi di solito muove i tasti dell’apparecchio contenente quella scheda telefonica, infatti, non ha mai avuto a che fare o a che vedere con la Giustizia né mai è stato protagonista diretto o indiretto, attivo o passivo, di qualsivoglia fatto di cronaca trattato dal giornalista.

Sembra ci si affretti a chiudere l’indagine. Sembra proprio che in novembre non sia accaduto proprio un bel nulla e si demanda ai denuncianti di «chiarire» con chi nega d’aver mai chiamato quel giorno e a quell’ora, a dispetto d’un tabulato telefonico che “inchioda” il suo numero! Ma «chiarire» cosa se i denuncianti non hanno mai avuto alcun tipo di malinteso o screzio col “non chiamante”?!

Alla Giustizia – s’è capito papale papale – non interessa andare a fondo in questa storia. Dicono non si configuri neppure il reato di molestia telefonica dal momento che fu un’unica telefonata. Che ha tenuto un’intera famiglia in apprensione per mesi.

E se poi succede davvero qualcosa? E se poi accade com’è accaduto spesso in Italia, in Calabria e a Corigliano Calabro che non si sia andati a fondo e qualcosa è poi accaduto? Proprio a queste precise latitudini potremmo fare qualche emblematico esempio, ma per pietà per i morti e rispetto per le Istituzioni e la Giustizia, soprassediamo. Ciò cui non possiamo sottrarci è d’aprire un dibattito – a tutto campo – sulla nostra Giustizia.  

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